Il circo, la sera

Una delle ultime sere che vivevi nella città nuova, tornando a casa dopo una cena, ti sei accorta che nella piazza vicino a casa tua era arrivato un circo. Piccolo, solo un tendone grande forse come il salotto di casa tua, tanto che c’era da domandarsi come facessero a starci dentro sia pubblico che artisti. Due vagoni, come quelli di Dumbo, appoggiati di fianco, e lampadine intorno al tendone, e sulla cima, come quelle delle feste di paese. Se ne sta in un angolo della piazza, nemmeno al centro, come un pensiero che metti da parte per pensarci dopo, senza un’insegna né una biglietteria. Semplicemente sta lì ad occupare spazio, con le luci accese tutta la notte, e due lanterne che bruciano sempre davanti a quello che dovrebbe essere l’ingresso. Non ti sembra nemmeno un circo, la prima volta che lo vedi: così buio e sbilenco, visto di notte, hai pensato che stessero montando le giostre. Con l’amica che passeggiava insieme a te hai scambiato un commento su quanto fosse inquietante. Ti sei ricordata di quando da piccola arrivava il circo nel tuo paese, e per fare pubblicità facevano entrare i cammelli nella via principale – te li ricordi tristi, spelacchiati, con cicatrici scure a interrompere la pelliccia, e allo stesso tempo affascinanti con quel fascino esotico di terre lontane, dai colori e profumi diversi, dalle lingue incomprensibili, e magie che sapevano di sabbia e deserto così diverse a quelle dei boschi e dei fiumi a cui tu eri abituata.

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Non ci hai più pensato, al circo, fino a che nella piazza non ci sei passata da sola, una sera, quasi a mezzanotte. La piazza, che da metà settimana in poi è sempre gremita di gente, era stranamente deserta: solo il circo, desolato e appoggiato in disparte, con le sue luci fioche sempre accese – e un giocoliere, di cui dapprima non distingui il corpo ma solo le fiamme alle estremità del bastone, che girano vorticosamente lasciando piccole scie incandescenti nella piazza completamente buia. Ti avvicini per vedere meglio – sarà con il circo, o sarà da solo? Si starà allenando? Ti avvicini per vedere meglio e riesci appena a distinguere il profilo del corpo – le braccia, le gambe nei pantaloni sformati, un grosso cappuccio a punta che copre la testa e lo fa sembrare un elfo, dal viso diafano che appare e scompare tra le pieghe della stoffa e i lampi dei bastoni infuocati. Ti sei avvicinata e poi ti sei bloccata, non sai perchè. Avevi pensato di andarti a sedere sulle panchine proprio di fronte a lui, e per qualche motivo non l’hai fatto. C’erano tre signori sulle panchine, a uno o due passi da te, tre arabi a giudicare da come parlavano, che se ne stavano seduti a chiacchierare a bassa voce e a fumare – l’odore dolciastro della shisha arrivava fino a te in nuvolette dense e bianche. Ti guardano e mormorano, come se si chiedessero che cosa stai guardando, ma tu non te ne curi. Sei irretita dal piccolo elfo e dai suoi bastoni infuocati che lasciano scie nel buio, e dall’odore della shisha che ti sembra ti dia in testa. Rimani a guardarlo, incantata, per un po’ – come da bambina rimanevi incantata a guardare l’acqua del torrente davanti a casa, inspiegabilmente, senza che ci fosse niente realmente da vedere. Ti viene il dubbio, mentre i mormorii dei fumatori arabi si fanno più forti e più chiaramente rivolti a te, che davvero non ci sia nulla da vedere, nessun elfo giocoliere, nessun bastone infuocato che vortica nella notte, e che i fumatori si domandino se non sei improvvisamente impazzita, in questa città che sembra far impazzire così tanti, una città piena di matti, di persone spezzate. Ma il giocoliere è lì, ne sei sicura – non ha un cappello davanti ai piedi per raccogliere offerte, non ha nessuno che gli batte le mani, nessuno, veramente, che lo guarda; ma è lì, e il circo è lì, e insomma, tu sei sana di mente. No? Ti ricordi all’improvviso che sei scesa nella piazza per comprare qualcosa da bere, ed entri nel negozio, appena leggermente infastidita dai mormorii dei fumatori arabi, perchè non riesci a capire cosa dicono e invece vorresti.

Sorridi al ragazzo dietro al bancone, che davanti alla ciotola delle mance ha scritto “Esco con Shakira. Una donna così è costosa. Aiutatemi”. Gli sorridi, e gli lasci qualcuna delle monete che ti da di resto, una cosa che non fai mai.

Esci con la tua bibita nella borsa, e la piazza è vuota, e buia, e silenziosa. Attraversi la strada per vedere meglio, che magari è una questione di angolazione, con queste piazze del nord non si sa mai, non sanno farle simmetriche come le nostre, ma niente. Non c’è traccia dell’elfo giocoliere, non c’è traccia dei fumatori arabi – le panchine sono deserte e nell’aria non è rimasta nemmeno un’ombra dell’odore penetrante della shisha, nemmeno una scia della gasolina che il giocoliere deve aver usato per bruciare le estremità del suo bastone. Il clochard che vive nell’ingresso della banca, all’angolo opposto, ti saluta quando gli passi davanti. Vorresti chiedergli, ma lei lo ha visto, l’elfo giocoliere?, ma non osi. E nella piazza non c’è più niente. Niente, se non buio e silenzio.

E il circo, in un punto della piazza che non è un angolo e non è il centro, come posato lì in un momento in cui si era sovrappensiero. Le sue luci sono accese e le lanterne bruciano, sempre, a tutte le ore del giorno e della notte. Ma nessuno entra mai.

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