Il mio lavoro

C’è una cosa da dire sul mio lavoro.

cfgdyrki

Prima di partire passo le notti in bianco perché i lunghi voli in aereo mi terrorizzano, e poi chissà se mi dimentico una parte importante del materiale, e chissà se arriviamo lì e non c’è il wifi, e chissà se ci perdono i bagagli, e chissà se il capo si fa venire una delle sue brillanti idee dell’ultimo minuto e poi io non riesco a metterla in pratica, e sudo, e mi faccio dei gran pianti sotto la doccia, e la sera prima telefono a tutti quelli che conosco per dirgli “vi ho voluto bene”.

copyMentre lo sto facendo, il mio lavoro, impreco tra me e me come un marinaio turco, chiedendomi cosa mai mi fosse passato per la testa quando ho deciso di intraprendere questo percorso, e perché non ho voluto invece fare la pettinatrice o la pasticcera che sarei pure morta grassa (non che adesso sia magra), ma felice. Dormo tre ore per notte per il jet lag e perché quando ero piccola non ci credevo ma ora mi sono accorta che è la verità: si può essere talmente stanchi che non si riesce a dormire; e perché io e quel supereroe della mia collega siamo sempre le prime ad arrivare e le ultime ad andare via.

Ma quando sono arrivata quasi alla fine – quando i certificati sono firmati e si presentano i lavori di gruppo, quando i pezzi grossi si preparano a stringere mani e fare foto e dire parole di congedo, quando indosso abiti tradizionali di paesi a diecimila chilometri di distanza dal mio, allora vorrei alzarmi in piedi e ballare e battere le mani e saltare e abbracciare tutti e piangere anche un po’, perché sono una frignona, ma per la commozione e per la felicità.

aviary-image-14866275405591Perché sento giovani donne afghane pianificare passo passo progetti di promozione dell’imprenditoria femminile nel loro paese; perché sento direttori delle camere di commercio spiegarci come faranno, nei mesi futuri, a promuovere l’ingresso dei giovani nel mercato del lavoro; perché i dipendenti del ministero parlano di creare un sistema di riconoscimento delle qualificazioni professionali in modo che quando i loro giovani emigrano per cercare lavoro all’estero le loro capacità siano riconosciute e i loro diritti siano protetti. Perché so che nemmeno le tempeste di neve, i terremoti, la guerra riusciranno a fermarci: perché l’umanità è così – va avanti, si rialza, si sforza di migliorare.

Perché sto seduta in corridoio a scribacchiare su un taccuino parole chiave in hindi e in pashto che non si sa mai, Fareed dice che può sempre servire. Perché ci chiedono di mandare le misure così ci porteranno abiti tipici afghani, la prossima volta. Perché quando ci siamo presentate in abiti tradizionali stamattina ci hanno battuto le mani, ci hanno fatto i complimenti. Perché ci siamo imbucati a un matrimonio (non ditelo a nessuno). Perché apriamo gli occhi e le braccia, e impariamo, e ci sentiamo davvero “parte di” qualcosa di più grande di noi.

C’è una cosa da dire sul mio lavoro, ed è questa: grazie, gracias, spasiba, thank you, namaste, manana, tashakor my dear friends. Until the next time.

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3 thoughts on “Il mio lavoro

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