Tradurre è costruire ponti

La notte prima che Il Signore degli Anelli andasse in stampa, Tolkien scrisse una lettera al suo editore dicendo di aver sbagliato tutto, di non volere più che il romanzo uscisse, di sentirsi troppo esposto perché il testo gli apparteneva in modo talmente profondo che temeva di non essere in grado di reggere ai commenti, alle critiche. “Ho mostrato il mio cuore perchè lo prendessero a fucilate”, scrisse.

Può darsi che in parte sia per questo che io personalmente non ho mai scritto romanzi, pur leggendone più di chiunque altro conosca (a parte una persona). (Diciamo che anche il fatto di non essere capace, a scrivere un romanzo, gioca una parte rilevante. Ma comunque). Può darsi che mi manchi il coraggio di mostrare pezzi di me per farli prendere a fucilate. Può darsi che la mia costante ansia di compiacere il prossimo, di farmi dire “che brava”, mi renda incapace di correre il rischio.

E penso che sia anche per questo che, invece, amo così tanto tradurre. Traducendo divento ponte: tra due lingue, tra due sensibilità, tra due storie. Traducendo trovo le parole per i pensieri degli altri, parole che non trovo per i pensieri miei. Traducendo mi prendo cura dei cuori altrui, che hanno avuto il coraggio di mostrarsi, e li accompagno in posti nuovi, case nuove, cuori nuovi.

Traducendo apro porte e abbatto muri. Traducendo, contribuisco. Amplifico. Espando.

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