Quando penserai a me

Raccontare a te questo mio fallimento è la parte più difficile del fallire. Fallire è facile, lo faccio da una vita. Raccontarlo a te è come tornare a casa a diciotto anni e dover dire a mio nonno, ex vigile urbano, che ci teneva tantissimo, che mi avevano bocciata all’esame della patente. E vedere la sua espressione cambiare. E sapere che dopo tutto il tempo e l’attenzione che hai investito su di me, ti ho deluso. Non ho fallito per me, che sono abituata, che di essere buona a niente lo sapevo già anche se non mi stanco mai di cercare conferme. Ho fallito per te, che forse avevi ancora il dubbio, almeno il dubbio, che io potessi valere qualcosa. Che invece di andare a cena coi pezzi grossi hai portato a cena me. Che hai perso tempo con me, mi hai mandato messaggi, libri da leggere, articoli da commentare. Come se la mia opinione valesse qualcosa – non in valore assoluto, ma per te in particolare. Che quando mi facevi delle domande ascoltavi proprio me.

Per questo spero non te ne avrai a male, sapendo che ho scritto a te per ultimo. Ti immagino nel tuo studio, nel sottotetto che guarda verso la punta della montagna. Ti immagino leggere la mia email e cambiare l’espressione dei tuoi occhi azzurri come l’aveva cambiata mio nonno tanti anni fa. Ti immagino dispiaciuto, anche, ma io non voglio il tuo dispiacere: voglio che tu sia fiero di me. Ormai no, certo. Ma sarebbe stato bello. Ci saremmo incontrati a qualche conferenza e mi avresti abbracciato come fai tu, “carissima amica mia”, mi avresti detto. Chissà cosa mi dirai, invece, adesso.

 Mi dirai di non smettere. Di non piangermi addosso, di provare ancora. Mi dirai che se tu ti fossi fermato, quando stavi attraversando l’Italia a piedi, non solo non saresti mai arrivato a destinazione, ma anche tutte le tappe che avevi conquistato fino ad allora avrebbero perso valore. E lo stesso vale per me. Ma io non sono come te. A parte, forse, gli occhi azzurri.

Forse le tappe che io ho fatto finora erano tappe di un percorso sbagliato, una strada che ho rubato a qualcun altro, su cui non riesco a proseguire perchè l’universo sta cercando di ristabilire l’ordine delle cose. Forse era questo che stava cercando di dirmi la città nuova, quando mi ha spinta via. Le mie gambe non sono lunghe e forti come le tue, sono logorate dalle lettere di rifiuto e appesantite dall’idea di avere, questa volta più di tutte le altre, fallito. E i miei occhi non vedono lontano come i tuoi, che dalla cima del Rocciamelone vedevano l’obiettivo, in punta all’Etna. I miei occhi non sanno quale sia la prossima tappa, nemmeno il prossimo passo. Non so dove andare, non so cosa fare, non so chi supplicare di darmi la possibilità di dimostrare che valgo ancora qualcosa. Che qualcosa so fare.

Ammesso che sia vero.

Perchè adesso penso che non lo sia.

E lo so che ti fa arrabbiare, sentirmi dire questo. Fa arrabbiare anche me. Detesto il modo in cui questa situazione mi rimpicciolisce, mi toglie tutto: l’energia e la voglia di fare, l’entusiasmo e la fiducia. Ho trent’anni e la sensazione soffocante di aver completamente sbagliato strada per arrivare fin qui. Non saresti arrabbiato, tu?

Ma quando penserai a me, nel tuo studio che guarda la montagna, pensami com’ero quando siamo andati a cena: emozionata ed entusiasta, curiosa, preparata, spaventata ma affamata di sfide. Pensami con i capelli raccolti e gli occhiali sul naso e lo sguardo concentrato a realizzare qualcosa di importante. Non pensarmi come sono adesso, logorata e delusa, sconfitta. Pensami come mi hai vista quelle prime volte: forse non è quella la persona che sono, ma di sicuro è la persona che avrei tanto voluto essere, che ho sempre lottato per diventare.

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