Eccola, l’America

La prima volta che l’ho vista, la città nuova – la più nuova delle città, l’ultima persino, la città definitiva – l’ho vista attraversando un ponte. L’ho vista attraverso il finestrino di un’auto veloce nonostante il traffico, l’autista un bassista tatuato con una passione per i Red Hot Chili Peppers. L’ho vista accaldata e stanca nell’afa appiccicosa di un  pomeriggio di giugno che per me erano già le undici di sera, grigia e azzurra in lontananza, e ho pensato: “Sono davvero qui”, ma non me ne sono resa conto. Mi sono dovuta sforzare per convincermi di essere qui davvero, più lontana da casa di quanto lo sia mai stata e curiosamente meno homesick che mai, quasi questa fosse casa mia più della mia casa vera. Sogni una cosa per una vita intera – andare in America, per dire –  e quando diventa realtà ti sembra niente di che, qualcosa che forse il cervello non riesce a registrare.

L’autista tatuato era dovuto al fatto che nessuno mi aspettava – o meglio, mi aspettavano, ma per due giorni dopo. Che a me piace fare le cose così, senza organizzarmi. Fare le sorprese, a questi ammmericani che ti sorridono tanto ma poi chissà che cosa pensano davvero.

Mi hanno aiutata con le valigie, e mi han detto “puoi andare a cenare”, mi han detto “non ti aspettavamo fino a martedì” ma sai che c’è, è domenica sera – maledette le domeniche sera – e io sono qui. Sono qui davvero.

Ma non me ne sono resa conto.

Ho passeggiato nel campus, dopo una cena avvenuta ridicolmente presto, desiderando sedermi su una panchina negli ultimi raggi di sole con un libro a coccolarmi, ma appena seduta gli occhi mi si chiudevano dalla stanchezza. Esploriamo, mi sono detta. Ho girato tutto il campus e sono uscita di soppiatto, sperando di non farmi sgridare dallo staff e di non incontrare nessun serial killer, che alla fine in questo paese non si sa mai. Sono scesa giù per la collina lungo una strada secondaria, casette allineate su entrambi i lati, quasi ogni casa con una bandiera davanti. Neanche ci fossero i mondiali di calcio. Neanche agli ammmericani interessasse, il calcio. Sono risalita arrampicandomi su per la collina con una stanchezza inaudita nelle ossa – non ho più l’età per passare così tante ore senza dormire e non partirne affatto – e mi sono rassegnata al jet lag e ad andare a letto nella mia stanzetta che sembra una cella monastica. Ho pensato: l’Ammmerica dovrà aspettare domani.

Arrivata in punta alla collina, mi sono voltata.

Ho visto il ponte di Verrazzano tuffarsi dentro Brooklyn arcuandosi in quel suo modo quasi innaturale, nella foschia afosa e grigia che saliva dal fiume. “All the people dreaming in the immensity of it“, nelle parole di Kerouac, che ha vissuto qui ed è appartenuto a questi posti eppure era più vagabondo persino di me, ecco cosa ho visto. Eccola l’Ammmerica, ho pensato. Sono davvero qui, e non me ne sono resa conto.

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