Me ne vado

Me ne vado in punta di piedi, perchè è l’unico modo in cui so andarmene. Se la città nuova fosse una casa, andrei via lasciando la luce accesa e la saracinesca su, cosi che nemmeno i vicini, se ci fossero, si accorgerebbero che sono andata via. I ladri sarebbero ingannati dai panni lasciati appesi ai fili da stendere. La città sarebbe ormai vuota di me da tempo, la polvere sui mobili e il letto da rifare con le lenzuola non usate – e io sarei già dall’altra parte dell’oceano, prima che qualcuno se ne rendesse conto.

Me ne vado perchè è la cosa che so fare meglio. Ho abitato e lavorato in cinque città diverse in poco più di un anno, e prima del mio compleanno diventeranno sei. Trento, Torino, Londra, Sanremo, Bruxelles, e la prossima. La prossima, che non si dice ancora. La città più nuova. La città per eccellenza.

Me ne vado perchè sono più abituata ad andare via che a restare. Ho amato la città nuova con l’amore stupito dell’expat che, contrariamente a ogni previsione, scopre di potersi costruire una casa lontana da casa. Casa non è solo il posto da cui veniamo, i miei campi e la politica becera da paesino, le campane che richiamano a messa la domenica mattina, ritrovarsi inaspettatamente alla sagra patronale, pigri giri in bici tra le spighe alte fino a metà coscia e però ancora verdi. Casa sono domeniche pomeriggio lungo gli stagni di Ixelles; birra e frites a Flagey o a Place Jourdan quelle rare sere in cui la pioggia dà tregua; mangiare il pesce arrostito a sainte Catherine con i camerieri che strillano il tuo nome sbagliandolo in tutti i modi possibili; notti di jazz a due passi dal quartiere africano; guardare attraverso le vetrate del Parlamento la pioggia che cade sulle teste di centinaia di stagiaires con cui ogni giorno ti trovi a competere; pomeriggi passati a limare il curriculum, a cercare lavoro, disperandosi tutti insieme di quanto siamo poveri e precari; domeniche sera riuniti intorno al tavolo come una vera famiglia, come uno stereotipo, pasta al sugo e vino rosso.

Il primo giorno che ho passato qui, scesa dall’aereo da neanche tre ore, l’amico che mi ospitava mi ha portata in giro. Abbiamo camminato per chilometri, toccando tutti i punti chiave di questa città che mi sembrava minuscola e incasinata, quel primo giorno, e mi sembra immensa e perfettamente incastrata, ora, dopo sei mesi. Siamo entrati, sfiniti dal cammino e dall’aria fredda di gennaio, in un caffè etiope dall’insegna dipinta di verde. Il padrone parlava italiano, e quando ha capito che era il mio primo giorno nella città nuova, mi ha detto Benvenuta. “Spero che tu possa trovare tutto quello che cerchi, in questa città”. Me ne sono andata con la voglia di piangere che non mi abbandona mai quando devo fare una cosa che mi spaventa a morte e però voglio fare lo stesso. E con la certezza che sì, in una città così, sicuramente qualcosa avrei trovato.

Non ho trovato quello che cercavo: un lavoro, un amore, un pretesto per restare.

Ma ho trovato amici che sono diventati la mia corazza, la mia forza quando mi sveglio alle cinque di mattina con il terrore di una giornata intera da dover riempire di lavoro e di buoni propositi. Che sono la mia rete di sicurezza quando la vita mi spinge molto forte e mi fa quasi cadere. Che mi tengono insieme i pezzi quando mi sembra di perderne da tutte le parti. Ho trovato una famiglia che mi sono scelta e costruita con cura in questi mesi, e per la quale non sarò mai abbastanza grata. “Think where man’s glory most begins and ends“, scriveva William Butler Yeats, “and say my glory was I had such friends“.

Ho trovato me stessa. Mi cercavo nel lavoro, nel successo, nella soddisfazione di un cartellino col mio nome appeso alla giacca del tailleur. Mi cercavo in locali pieni di gente vestita  di abiti costosi, in compagnia di persone che mi affascinano infinitamente ma non avrebbero mai potuto vedermi davvero, perchè le mie difficoltà a loro non appartengono. Mi sono trovata proprio lì, nelle difficoltà. Nei giorni in cui appena aperti gli occhi al mattino mi veniva da piangere. In cui mi sentivo punita, da questa vita che non mi sorride mai nel modo che vorrei. Vittima di un’ingiustizia cosmica, uno scherzo di cattivo gusto, un’esca meravigliosa che nascondeva solo bastonate. Mi sono trovata nelle ore interminabili passate in ufficio a spingermi attraverso un lavoro che detesto come ci si spinge attraverso le sabbie mobili, con l’unica certezza che prima o poi dovrà finire, che prima o poi dovrà andare meglio. Mi sono trovata nelle sere in cui mi sembrava che questa città mi stesse masticando solo per prepararsi a sputarmi via. Mi sono trovata nelle volte che piangevo sotto la doccia, perchè cosi uscendo potevo sempre avere la scusa dello shampoo negli occhi. Ma no. Mica ho pianto. Stupido shampoo. Mi sono ritrovata dove sono sempre stata, nel mio vivere la vita come una battaglia continua, dove ogni cosa è una conquista.

Perchè io so fare solo questo. So solo combattere. E non so smettere.

From this valley they say you are leaving, mi cantava mia mamma per farmi addormentare da piccola. How we’ll miss your bright eyes and sweet smile! For they say you are taking the sunshine that has brightened our pathways a while. Forse tutta la mia vita non è stata altro che una partenza, fin dalla ninna nanna che già da bambina mi commuoveva e che però volevo sempre ascoltare. Ma se la vita mi spinge via, chi sono io per decidere di restare? E anche aggrappandomi con le unghie e con i denti, come ho fatto in questi mesi, non servirebbe a niente. Così, me ne vado. Do you think of this valley you’re leaving, of how lonesome and sad it will be? Do you think of the fond hearts you’re breaking, and the sadness you cast over me?

La città nuova mi ha accolta con le parole: Non ho niente da dirti, se non che ti amo. Le ho viste dipinte su una vetrina il secondo giorno che ero qui. Ti vorrei rispondere che ti amo anche io. Ti vorrei rispondere che tornerò, perchè sei il primo posto in cui ho voglia di tornare. Ma la verità è che sono più nomade di quello che pensavo, e il mio cuore già non ti appartiene più, ed è volato al di là dell’oceano.

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2 thoughts on “Me ne vado

  1. E hai fatto bene. Essere nomadi fa parte del bagaglio umano, che troppo spesso lo dimentichiamo in cantina.
    Ti sento forte e decisa, sono convinto che riuscirai a raggiungere i tuoi obiettivi.

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