Dream, baby, dream

Maggio mi fa venire l’irrequietezza.

Dev’essere la luce che rimane appesa in cielo fino a dopo cena – almeno per me, che da brava piemontese mangio presto, anche quando sono lontana da casa. Dopo mangiato guardo fuori dagli enormi finestroni che, da casa, mi fanno vedere i tetti della città nuova e le punte dei suoi monumenti. La luce è lilla, morbida, la luce piena di promesse del cambio di stagione. Davanti al piatto ho ancora il kindle, ancora acceso, il manoscritto ancora da finire di leggere, il bucato da ritirare alla lavanderia automatica nella piazza a due passi da qui.

Insomma, ci sono tutte le cose che dovrei fare, e poi, come scriveva per scherzo Pavese, “c’è una vita da vivere, ci sono biciclette da inforcare, marciapiedi da passeggiare e tramonti da godere”. Perdo tempo nella piazza aspettando che l’asciugatrice finisca, origlio conversazioni in francese alla piola di fianco senza capire più di una parola su tre, e sento l’irrequietezza che mi morde le gambe. Sarà davvero il cambio di stagione, come dicevano i vecchi, che non ci fa stare fermi e non ci fa concentrare, o sarà tutta mia questa irrequietezza, questa insofferenza allo star tranquilli?

Per me inizia così, nelle sere a metà primavera: inizia dicendo “faccio solo il giro dell’isolato”. Poi vado avanti ancora un po’, “almeno finché c’è luce”. Poi diventa buio e io sto ancora camminando – quando ero a casa, cercavo di inventarmi nuovi percorsi nelle quattro strade che compongono il mio paese. Nella città nuova, mi trovo a gironzolare che ormai è notte, anche se le strade in città non sono mai buie; e cammino con l’elettricità sotto la pelle e il dubbio di essermi persa, e l’emozione di sapere che se mi perdo non importa: sono riuscita ad arrivare fin qui, se proprio ne ho bisogno ritrovero la strada di casa. E poi, forse, l’unico modo di conoscere una città è perdercisi: permetterle di prendere il controllo, per una volta, e rinunciare a decidere la direzione. Lasciarsi andare.

Camminare mi aiuta a pensare, anche se raramente formulo pensieri compiuti. E’ come un processo di sedimentazione, ma al contrario: le cose che mi ronzano dentro salgono lentamente in superficie, sulla pelle, come sudore; mi scivolano lungo la schiena e lungo le braccia, tanto che a momenti mi viene da guardarmi le mani, controllare che non stiano gocciolando, lasciando tracce di me sull’asfalto.

Ho pensieri nelle mani, dunque, quando cammino di notte, e sono come strati che mi tolgo di dosso un poco alla volta: il lavoro che non va, l’alternativa che non si trova, gli amici che partono, il coraggio che manca. Piccoli gesti della mano quasi invisibili e cadono tutti a terra come gocce di me, che mi lascio alle spalle senza guardarmi indietro.

Ho emozioni sotto la pelle, quando cammino, che lascio arrivare in superficie per sentirle di più e poi non lascio cadere: chiudo le mani forte, le porto davanti alla bocca, davanti agli occhi, mi stringo le braccia attorno per tenerle più vicine. Le persone che incontro, certe cose che mi capitano in questa città che mai avrei pensato, la sensazione di essere a un passo da qualcosa di immenso che potrebbe appartenermi, se solo sapessi come fare a smettere di avere paura. Paura di vivere, ma neanche tanto. La vita capita, che tu lo voglia o no. Paura di sognare, che è l’unico modo per vivere di più, in più direzioni. E io non voglio vivere una vita sola, in una sola direzione.

Ho canzoni nella testa, quando cammino, se non le ho nelle orecchie. Ad esempio, Bono che canta “don’t turn around, you gypsy heart, don’t turn around and don’t look back”. Ma più di tutto (eddai, era tanto che non lo tiravo fuori) più di tutto Bruce. Ho l’impressione, a volte, che se le cose me le dice lui le ascolto più volentieri. E per innumerevoli camminate il mio passo veloce cadeva a tempo del sound anni Ottanta di Janey Don’t You Lose Heart.

Era insieme una consolazione e un sprone. Non c’è il “little girl” o “little darling” che di Bruce a me piace tanto, ma quando lui cantava “Janey” io sentivo il mio nome, e l’invito a non perdermi d’animo. Dici di non avere più sogni da inseguire, canta Bruce. Dammi il permesso, tesoro, e asciugherò io le tue lacrime, dice, ma nel frattempo – until every river, baby, it’s run dry/ until the stars, honey, fall from the sky/ till every fear you felt burst free/ has gone tumbling down into the sea, dammi retta, Janey, fino ad allora, non perderti d’animo.

E io gli ho dato retta (è il Boss, dopotutto). E non mi sono persa d’animo. E guarda dove sono arrivata, vorrei dirgli. Dai campi carichi di lavanda dove ho sentito per la prima volta questa canzone durante un viaggio una vita fa, fino alle strade mai buie della città nuova.

Ma la paura rimane. Mi morde il cuore quando l’adrenalina cala, e per non sentirla riempio le giornate di lavoro e impegni e networking e persone a cui non so cosa dire perchè non abbiamo neanche un argomento in comune.

Stasera però, mentre cammino verso casa del mio amico Vandermeier nella luce lilla del cambio di stagione, i miei passi cadono più lenti. Non è solo la stagione, che cambia. Qui nella città nuova capitano cose che mi aprono delle porte (“the doors you open”, canta Bono nella mia testa, “I just can’t close”). Aprono porte e spalancano finestre e la vista è cosi incredibile che mi toglie il fiato. E io? Ah, io corro a chiuderle. Chiudo le porte e tiro le tende perchè certo, la vista è meravigliosa. Ma se non riuscissi a raggiungerla? Se sforzandomi di afferrarla cadessi dalla finestra? Certo abito a un piano alto, ma non cosi alto da ammazzarmi sul colpo. Mi farei molto male, e basta.

E’ qui che Bruce mi parla. Subdolo, come fa a volte. Sembra che parli d’altro. Ma accompagna i miei passi più lenti di stasera adattandosi lui, per una volta, al mio ritmo. Dream, mi dice nell’orecchio, dream baby, dream. Dobbiamo continuare a sognare, mi dice. Dobbiamo tenere acceso il fuoco. Come on, dream on, dream baby, dream. Dai, mi dice, asciugati gli occhi. Dobbiamo continuare a sognare. Io voglio solo vederti sorridere.

Mi prende per mano e mi parla all’orecchio, Bruce, per una volta; non come le volte che ruggiva la mia rabbia con le parole che io non avevo. Come on, and open up your heart. Con la dolcezza di un papà, me lo dice. Mi lascia sulla porta di casa di Vandermeier, la città intorno che nel frattempo è diventata buia. Come on, dream on, dream baby, dream.

Goditi il sogno e lascia che la paura ti venga quando avrai l’asfalto a un centimetro dal naso. Nel frattempo, almeno, hai vissuto il reale e il possibile. Nel frattempo, almeno, hai vissuto di più.

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One thought on “Dream, baby, dream

  1. Sento il bisogno di ringraziarti per questo post.
    L’ho stampato ieri mattina, dopo un’occhiata alle prime dieci righe e ai riferimenti “americani”.
    Poi ieri notte, uscendo dall’ufficio, ho allungato distrattamente – come faccio sempre – la mano sul piano della stampate, per portare via quello che nel giorno non avevo avuto modo di leggere. L’ho fatto tornando a casa. In quel pezzo di giornata, lampioni accesi e Bruce nelle orecchie, dove – ultimamente – sento di ritornare a galla dopo una lunga apnea, a respirare un po’.
    Ti ho letto d’un fiato. Ci sono dei passaggi in cui mi riconosco chiaramente. Il bisogno di gentilezza, ad esempio “Con la dolcezza di un papà, me lo dice”; la vertigine “Ma se non riuscissi a raggiungerla?”; il bisogno di incitamento sussurrato “Janey, non perderti d’animo”. Tutte cose che vivo in questo periodo. Ma sopratutto la necessità intima di sognare. Ancora un po’.
    Grazie ancora: grazie di avermelo ricordato. Come le emozioni che tornano a scivolare sulla pelle. Ieri notte ero un po’ meno solo.

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