La voglia non ci passerà mai

Nella mia testa, ho due vite separate. Una è la mia vita di Torino, che mai come in questi mesi mi sembra lontana, quasi finita, appartenente al passato e a una persona che non sono più.

L’altra è la mia vita fuori Torino. Sono le cose che ho fatto a Dublino, prima, poi a Trento, a Londra, a Sanremo – tutte finite, tutte andate –  e adesso nella città nuova, più viva e presente che mai.

La separazione è comoda. Sono compartimenti che mi aiutano a tenere le cose in ordine, che quando si vive sparpagliati cosi, come faccio io, non è mica facile.

Poi ci sono i giorni in cui le due vite si incrociano. Ad esempio, un frequentatore dell’Istituto dove lavoravo a Sanremo che mi invita fuori, qui nella città nuova. Mi vede mangiare le ultime frites facendole scivolare in bocca direttamente dal cartoccio e mi dice “Ecco, adesso sei veramente una di noi”, e ridiamo guardando il vento che storce l’acqua delle fontane e fa guaire un cagnolino, nella piazza vuota.

image courtesy of some[wh]air

Ad esempio, uno scrittore che una vita fa era uno dei miei preferiti che viene a tenere una lezione qui, e parla della sua scuola, di corso Dante e di Borgo Dora, e poi usciamo e invece della curva morbida del Po e l’odore verde della collina c’è la città nuova, senza fiume, e l’odore del ristorante libanese a fianco che ci fa brontolare lo stomaco per la fame.

Io lo so, che razionalmente non dovrebbe nemmeno piacermi. E non è questione di essere mainstream mentre mio fratello insiste che io leggo solo libri da hipster. E non è nemmeno l’arroganza leggendaria. O il manierismo esagerato dei suoi ultimi libri che, infatti, non leggo più. Forse è la combinazione di tutte queste cose. Forse non importa.

Mi piace perchè mi ricorda me, com’ero prima che il mondo mi piegasse a martellate in una forma diversa. Lo so che suona stupido, ma è cosi. Quando sognavo grande, e lui parlava di sogni, e io pensavo che si potessero avverare semplicemente desiderandoli fortissimo e impegnandosi tanto. Una delle prime frasi che ha detto, l’altra sera qui nella città nuova, ha detto: “la voglia non ci passerà mai”. E’ stata quella a segnarmi. La voglia di continuare a sognare sogni grandi, invece di accontentarsi di piccole ambizioni – arrivare a fine mese, potermi permettere una cena fuori, una gita nel weekend. Un contratto che duri più di tre mesi. Una compagnia, se non un amore.

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A me, quando è passata, la voglia?

Al decimo, centesimo, millesimo curriculum inviato che non ha ricevuto risposta? Oppure quando mi hanno detto “Grazie, ma è troppo qualificata per questa posizione”. Quando mi hanno detto “Ci piacerebbe che continuassi a lavorare qui, ma non possiamo pagarti. Resta a lavorare gratis”. Quando mi hanno detto “se vuoi me come supervisore per la tesi di dottorato, allora devi cambiare argomento: del tuo, non me ne frega niente”. Forse all’ennesimo “se ti va bene è cosi, se no te ne puoi andare”. L’ennesimo “come te ce ne sono altri mille che sono disposti a fare più in fretta e a un prezzo più basso”. A me la voglia di sognare grande è passata facendo questo lavoro che faccio ora, tutti i giorni dieci ore almeno, e continuare a sentirmi una deficiente perchè rimpicciolire me è l’unico modo che certa gente ha per sentirsi di misura normale.

Non è che la vita vada come tu te la immagini. Fa la sua strada. E tu la tua. Io non è che volevo essere felice, questo no. Volevo… salvarmi, ecco: salvarmi. Ma ho capito tardi da che parte bisognava andare: dalla parte dei desideri. Uno si aspetta che siano altre cose a salvare la gente: il dovere, l’onestà, essere buoni, essere giusti. No. Sono i desideri che salvano. Sono l’unica cosa vera. Tu stai con loro, e ti salverai. Però troppo tardi l’ho capito. Se le dai tempo, alla vita, lei si rigira in un modo strano, inesorabile: e tu ti accorgi che a quel punto non puoi desiderare qualcosa senza farti del male. E’ lì che salta tutto, non c’è verso di scappare, più ti agiti più si ingarbuglia la rete, più ti ribelli più ti ferisci. Non se ne esce. Quando era troppo tardi, io ho iniziato a desiderare. Con tutta la forza che avevo. Mi sono fatta tanto di quel male che tu non puoi nemmeno immaginare. 

Forse è stato dopo la millesima volta che, uscita dall’ufficio alle otto di sera, ho detto Non posso uscire con voi stasera, ho un manoscritto da finire di leggere. Che un lavoro solo non mi basta: esco da uno e mi tuffo nell’altro. Forse la voglia mi è passata alla terza settimana di fila il cui weekend scivola dietro a un mare di application che non riceveranno mai risposta. Forse la voglia mi è passata alla terza settimana di fila che sto dietro a un sms che non continua a non arrivare. Dietro a un telefono che non squilla. A una voce che non risponde mai, dall’altra parte.

A me la voglia di sognare grande è passata, forse, il giorno che mi sono accorta di non poter salvare niente di quello che avevo: che l’unica cosa da fare era rompere tutto, completamente, e ricominciare a costruire da capo. Mi è passata, forse, l’ennesima domenica sera che sono salita su un treno da sola, o sono tornata a casa da sola dalla stazione. La centesima volta che mi hai detto Ti chiamo e non lo hai fatto, che mi hai detto Usciamo e poi avevi altro da fare, che mi hai detto Sei la cosa più importante ma poi sei andato via, tutte le volte che mi hai abbracciata forte ma poi c’era altro di più importante e allora sparivi. Mi è passata alla fine di tutte quelle volte in cui mi chiudevi fuori da un recinto – che tutti abbiamo diritto alle nostre difese, e aprire i portoni non è facile, e nessuno lo sa meglio di me – ma poi non mi lasciavi mai andare davvero, che anche tu come tutti hai bisogno di farti abbracciare ogni tanto, alle tue condizioni. Oppure dopo tutte quelle volte in tutti questi anni, e stanno diventando tanti, in cui ero li accanto a te e tu non mi vedevi. Non mi hai mai vista. Forse la voglia mi è passata a forza di sentirmi invisibile, sostituibile, dimenticabile. Rimpicciolita, chiusa in una scatola, rimessa al mio posto. Ridimensionata.

Nella città nuova capitano cose che altrove non mi sono mai capitate. La sera, dopo la lezione dello scrittore, il mio amico Vandermeier (chiamiamolo cosi, per comodità) mi ha abbracciata e mi ha detto Grazie, per questa serata. Neanche fosse merito mio. Momenti cosi, seduti al freddo al tavolino del Libanese, mi fan sentire che sono ancora io, anche se nascosta sotto tanti strati protettivi. Mi fan tornare la voglia di sognare più grande ancora.

… quanto sarebbe bello se, per ogni mare che ci aspetta, ci fosse un fiume, per noi. E qualcuno – un padre, un amore, qualcuno- capace di prenderci per mano e di trovare quel fiume – immaginarlo, inventarlo – e sulla sua corrente posarci, con la leggerezza di una sola parola, addio.
Questo, davvero sarebbe meraviglioso. Sarebbe dolce, la vita, qualunque vita. E le cose non farebbero male, ma si avvicinerebbero portate dalla corrente, si potrebbe prima sfiorarle e poi toccarle e solo alla fine farsi toccare. Farsi ferire, anche. Morirne. Non importa. Ma tutto sarebbe, finalmente, umano. Basterebbe la fantasia di qualcuno – un padre, un amore, qualcuno. Lui saprebbe inventarla una strada, qui, in mezzo a questo silenzio, in questa terra che non vuole parlare. Strada clemente, e bella. Una strada da qui al mare
.

Le citazioni sono tratte da A. Baricco, Oceano Mare, Rizzoli, 1993.

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One thought on “La voglia non ci passerà mai

  1. Vita movimentata la tua. A parte i problemi prefessionali, sicuramente in cima alla piramide del vivere quotidiano, sono sicuro che tutte queste esperienze, questi cambi di città, usanze ti lascieranno tracce profonde dentro di te e ti saranno di grande aiuto per il futuro.
    Felice Pasdqua!
    A presto

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