Surplus di vita

Stavamo seduti al tavolo di casa tua, quello con il piano in vetro che sotto ci infilavi ritagli e cartoline, articoli di giornale che parlavano di te. Fuori c’era Torino, buia delle sere d’inverno che arrivano presto, e c’era pioggia. Mi parlavi alla luce fioca della lampada a basso consumo che ci mette una vita ad accendersi per davvero. In mezzo a noi, a rovinare la visuale, una caraffa di quelle per depurare l’acqua che poi, dopo l’ultimo trasloco, ho scoperto essere prodotte in un insediamento illegale nella West Bank. Ma allora non lo sapevamo, ed eravamo entrambi a Torino, e parlavamo, e parlandoti a me sembrava di sentire Vinicio Capossela in sottofondo e mi ricordavo le notti di primavera che passavamo a bere acqua brillante nei circoli arci, sulle rive del Po. Resta con me questa sera, e balla ancora.

Io soffro di più degli altri, mi hai detto, e io ho riso – scioccamente, perchè cosi tante volte ho pensato la stessa cosa di me, e mi spaventava. No, sul serio, mi hai detto, io le cose le sento più forte. Quando sono felice sono più felice, e quando sono triste sono più triste degli altri. A me, hai detto, le cose mi toccano di più.

Me lo hai detto in un momento in cui io credevo di vivere immersa nel fango, in cui non riuscivo a muovermi e a vedere e a respirare. Quando alzarmi dal letto al mattino già consumava tutte le energie che avevo in corpo – e dopo c’era una giornata intera da affrontare. Cosi piangevo già al mattino appena sveglia, sentendomi soffocare dalla distesa desolante delle ore da riempire prima di poter tornare a letto a combattere con l’insonnia, ma col sollievo che almeno un altro giorno era finito. Me lo hai detto mentre perdevo pian piano pezzi di me per la strada, troppo sfinita dalla mia tristezza grigia per girarmi a raccoglierli. Me lo hai detto una sera, così, e io ho sorriso, pensandoti il solito vittimista, un po’ ipocondriaco, e  non ti ho dato retta più di tanto, senza capire che cosa intendessi.

E’ più facile che mi rubino la macchina o il cuore? mi hai chiesto un giorno. La macchina, ma non si sa mai: io, ad esempio, ti ho rubato il cuore.

A te ho raccontato cose che non ho mai detto a nessun altro. Raccontandole a te imparavo a vedere la storia dietro l’aneddoto, il gesto della narrazione invece del pettegolezzo. Capivo, parlando con te, che essere sincera nel racconto non significava necessariamente spiattellare gli affari miei. C’è una sincerità più profonda, più difficile da spiegare, che fa la differenza tra retorica e coinvolgimento. Quando hai tamburellato le dita sul piano di vetro del tuo tavolo, facendomi vedere la stampa dello spettacolo teatrale che avevi scritto, ho sentito tirare uno dei lacci che ho dentro. Un piccolo strattone, attutito dal fango della mia tristezza, per via del momento. E non ci ho fatto caso.

Non ci amiamo mai nello stesso momento, mi hai detto quando sono partita.

Forse la tempistica non ci è amica. Ci diciamo cose che poi ci mettiamo mesi a capirle davvero. Ad esempio, questa cosa del soffrire di più. Quello che io non avevo capito, è che la sofferenza di cui parlavi tu non era una lamentela.

E’ una responsabilità.

Io devo sentire le cose più profondamente, gioire in maniera più sconsiderata e lasciarmi ferire in modo irrimediabile. Se voglio raccontare, deve essere così. Ma poi ho la responsabilità di raccontare. E’ il mio modo di vivere. Era questo che mi stavi dicendo. Che la gioia che per noi è più gioia e il pianto che per noi è più straziante, e l’innamoramento che ci cambia la vita ogni due settimane e ci spezza il cuore a giorni alterni, sono la nostra responsabilità. Abbiamo un surplus di vita che dobbiamo restituire. In qualche modo.

Ti sposerei, mi hai detto una volta, se non fosse che ti alzi così presto al mattino.

Non mi alzo più cosi presto, dopo tutto. Ma ce l’ho ben presente, questa responsabilità. Mi viene in mente ogni volta che dalla finestra di questa nuova vita che sto costruendo lontano da Torino vedo i tetti appuntiti del nord invece delle colline o del lungo Po. Mi viene in mente ogni volta che al mattino, andando a lavorare, mi viene da cantare senza motivo; ogni volta che, rientrando a casa a notte fonda, so che non riuscirò a dormire per l’emozione. Mi viene in mente quando mi scappa da piangere uscendo dalla metro. Temevo di averlo perso, questo surplus di vita, nascosto nel fango che avevo addosso. Ma il fango lo sto lavando via. Sto cercando di reimparare ad essere sincera, quando racconto. A restituire.

Amarsi, mi hai detto una volta, non è altro che accompagnare una traiettoria, assecondare un impatto.

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One thought on “Surplus di vita

  1. Tra ricordi e qualche rimpianto stai recuperando il senso della vita, che non eri riuscità a percepirla a Torino.
    Le occasioni si prendono al volo. Quelle che scorrono via non si recuperano più.

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