Chi ben comincia

Io, ad esempio, ho cominciato rompendo la chiave nella serratura cercando di entrare in una casa che non era nemmeno la mia.

E non nel senso che qui tutto è nuovo e ancora niente sa di casa. Proprio nel senso che stavo entrando in casa d’altri.

Ma il vero inizio non è stato quello. Partiamo dall’inizio. Partiamo dalla partenza, alle cinque del mattino sotto una pioggia torrenziale che più che gennaio a Torino sembrava la stagione dei monsoni in Sri Lanka. Certo, stavo partendo da un posto mediamente civilizzato per andare in un posto ancora più civilizzato: non una partenza alla Mamma mia dammi cento lire. Ma il magone, oddio. Io mi sposto tanto, abito in città lontane, se dovessi sommare il tempo che ho trascorso in treno negli ultimi quattro anni farebbero mesi, prendo aerei, passo dalle montagne al mare senza quasi cambiare la valigia. Ma questa partenza che sa di definitivo, che mi fa venire paura di non riuscire più a ritrovare la strada di casa, non l’avevo mai provata prima. Prima, ogni partenza era a tempo determinato, e la data del ritorno già prefissata quasi mi dispiaceva (a Londra, ad esempio, mi era dispiaciuta. Non i primi giorni, ma dopo sì). Questa volta, ho comprato un biglietto aereo di sola andata. Psicologicamente, cambia.

Così, dopo aver dovuto togliere dal bagaglio a mano i miei quaderni e taccuini che lo rendevano troppo pesante, sono scesa sulle scale mobili senza guardarmi indietro neanche per sbaglio. Ero ancora a Malpensa ma l’Italia ce l’avevo già alle spalle.

Sono stata brava. Stavolta me lo devo proprio dire da sola. Sono qui da domenica, oggi è giovedì, e non ho ancora pianto.

Nemmeno quando sono partita. Nemmeno la prima sera quando sono andata a dormire. Nemmeno il giorno dopo, quando mi sono coricata sotto il lucernario che mi mostra lo skyline grigio e appuntito di questa città straniera e piena di forestieri e ho pensato: l’ho fatto davvero. Sono qui, davvero. Ho preso l’aereo, ho trovato un appartamento (insomma, più o meno), domani inizio a lavorare a mille chilometri da casa. Ho sempre detto che avrei voluto farlo, ma a parlare sono buoni tutti. Io, l’ho fatto. Per davvero. E non ho pianto nemmeno lì.

Certo, uscendo dal lavoro alla fine del secondo giorno, mentre il vento mi mordeva le guance e le gambe e mi tirava via i capelli dalla crocchia che avevo annodato con cura, mi sono scappate delle lacrime. Ma mi sono proprio scappate di mano, come quando ti cade un orecchino. Sono subdole le lacrime, e hanno quasi vita propria, e io camminavo controvento cercando di non farmi volare via tutti i capelli, senza nemmeno cambiare espressione del viso, e invece mi sono volate via le lacrime. Ma era il vento. O la pioggia.

E non importa che han continuato a scivolare anche mentre scendevo nella stazione della metro, incastonata tra Commissione e Consiglio, che con tutte queste bandiere dell’Europa mi gira la testa ormai. Era il vento, che scendeva nella metro con me. E che mi accompagnava nel treno, tra le mille lingue che si parlano in questa città che appartiene sì a una nazione, ma solo per comodità cartografica. Era il vento, che mi ha fatta inciampare in un signore dall’aria distinta che con espressione smarrita ha cercato di agganciare il mio sguardo e ha socchiuso la bocca. Guardi, gli ho detto, sono arrivata domenica, non parlo francese, e non ho idea di dove sia niente – srotolandogli addosso tutta la mia frustrazione, esasperazione, solitudine, nostalgia di casa e stanchezza, una stanchezza infinita, che non ci si rende mai conto di quanto sia stancante fare le cose elementari come comprare l’abbonamento ai mezzi pubblici, fare la copia delle chiavi di casa, fare la spesa quando parli una lingua che non è quella giusta, non ci si rende conto di quanto sia estenuante essere coraggiosi, lasciare le cose che conosciamo già, partire di nuovo, ricominciare di nuovo.

Sono arrivato adesso, mi ha detto, ne so meno di lei. Così gli ho preso la cartina e mi ha detto, Devo andare alla Grand Place.

Sta andando nella direzione sbagliata, gli ho detto. Grand Place è quel campanile là.

Vede? mi ha detto, e mi ha sorriso. I just needed to be pointed in the right direction. Avevo solo bisogno che mi si indicasse la direzione giusta.

Don’t we all, gli ho detto, e abbiamo sorriso. Non ne abbiamo forse bisogno tutti?

Abbiamo chiacchierato un po’, che andavamo nella stessa direzione, e mi ha detto You sound american, e le lacrime me le ero già dimenticate perchè la città, in quel momento, mi apparteneva. Come quel pezzo di Fitzgerald. Ce la posso fare, ho pensato, nell’esatto momento in cui il vento l’aveva vinta contro la mia crocchia disfatta. Sono arrivata fin qui. L’ho fatto davvero. Ce la posso fare.

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2 thoughts on “Chi ben comincia

  1. Un tale molto più saggio di me ha detto: «Home is where wifi connects automatically». Che sembra una cosa immensamente cretina, ma in realtà è un po’ il paradigma di una generazione. La nostra. Si va dove il vento ci porta, come la piuma di Forrest Gump. Però ogni tanto, proprio come per la piuma di Forrest Gump, tra un volo e l’altro ci scappa anche un bellissimo film.
    Quindi, la prossima volta che una lacrima dovesse aver voglia di fare quattro passi fuori senza chiedere il permesso, controlla lo stato della connessione. Se si aggancia, sei comunque a casa.
    E alla lacrima puoi tranquillamente dire di tornarsene in camera sua, ché questa casa, proprio come tutte le altre, non è mica un albergo.

  2. Sei partita? sì.
    Sei pentita? No.
    Allora sei a cavallo. Al massimo il magone ti verrà fra qualche tempo. Forse.
    Sto cercando di indovinare la città ma non ci riesco. Mi suona familiare ma…
    Aspettiamo qualche altro post dalla tua nuova destinazione.
    Un caro saluto

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