La direzione giusta (Consigli di lettura, n° 18)

Mi trovo a passeggiare per le strade di Trento da visitatrice, quasi estranea, per una volta, ed è una sensazione che non so descrivere. Tutto ciò che mi è appartenuto fino a due mesi fa ora mi sembra che sfugga, che abbia contorni sfumati come se io non fossi stata davvero capace di vederlo, la prima volta.

Questa non è la stessa città che mi sono lasciata alle spalle (e good riddance) poco più di due mesi fa.

Così, mi sembra che il tempo qui sia trascorso a una velocità normale mentre io sono rimasta ferma, come si vede in certe scene accelerate nei film. Trento si è mossa, si è evoluta, e io sono rimasta ferma, fuori di qui e fuori del tempo, incapace persino di eguagliare il ritmo lento del Trentino, fatto di monti immobili e di laghi dall’acqua pigra. Sono rimasta persino più ferma di così.

Certo, se mi metto a pensarci, non è affatto vero: Trento è rimasta ferma, tutto è rimasto uguale, persino la strisciante tristezza e sottile angoscia che mi stringe la gola quando vedo da lontano le bandiere che sventolano sulla punta del Castello del Buonconsiglio. Tutto tranne me, che ho lasciato alle spalle ben più di una casa vuota, un ufficio fatiscente, un sacco di aspettative e di sogni. Significa questo, invecchiare? Spogliarsi delle aspettative, accettare che i sogni non si avvereranno mai, forse perché li hai sognati male?

Allora, sono invecchiata. E ho sognato male, ho sognato troppo, ho sognato nella direzione sbagliata.

Is a dream a lie, if it don’t come true, or is it something worse? canta Springsteen. Forse è nella natura del sogno, di non realizzarsi mai. Forse non ci si deve abbattere quando nonostante i nostri sforzi i sogni non portano a niente: i sogni sono fatti di niente. Fanno compagnia la sera prima che ci si addormenti, e questo dovrebbe bastare.

Cerco conforto e soluzioni nei libri, perché questo è il mio modo di interpretare il mondo. Non ne trovo, ovviamente.

Ma ho finito di leggere questo romanzo, ieri sera, che mi ha lasciato un gusto strano. Racconta la storia di un pensionato (a rischio Alzheimer) che si mette in cammino, proprio nel senso che va a piedi, da una cittadina sulla costa sud dell’Inghilterra per raggiungere una vecchia amica in una casa di cura al confine con la Scozia. Tra deviazioni, strade sbagliate e peripezie di ogni tipo, il vecchio percorre quasi mille chilometri. A volte solo, a volte in compagnia – ma si sa, la compagnia sa spezzare il cuore. Lo fa perché convinto di poter in questo modo salvare la vecchia amica, che sta morendo di cancro.

Per lui, è lampante: fino a che lui camminerà, lei continuerà a vivere. Per il lettore medio il legame logico tra camminata e cura del cancro è un po’ meno ovvio, ma ci si crede comunque. Il nodo di tutto il romanzo è questo: crederci. Perché scegliendo in che cosa credere (quello che vediamo? quello che ci raccontano? Dio? la scienza? la medicina? la bussola?) influenziamo senza rimedio la nostra vita, e quella di chi ci sta accanto.

E Harold ci crede. Sbaglia strada, perde la speranza, vorrebbe rinunciare. Ma alla fine, arriva in fondo. Arriva da Queenie.

Ve lo devo dire io, o ci arrivate da soli? Insomma, il cancro è cancro. Harold ha sognato fortissimo, ha tenuto sempre presente la direzione, gli occhi sulla meta. Eppure non è servito.

La lezione di Harold credo sia questa. Ci puoi mettere tutto te stesso, puoi attraversare l’Inghilterra a piedi, eppure non serve. Non basta mai, perché la vita, il destino, come li si voglia chiamare, sono ingordi: ingoiano tutto quello che hai da dare e tanti saluti.

Eppure alla fine del romanzo Harold ride. Perché, pur non essendo riuscito a ottenere l’obiettivo che aveva alla partenza, ha comunque attraversato l’Inghilterra a piedi. Che non sarà l’Outback australiano, ma comunque. Perchè ha ritrovato la moglie, ha fatto pace con il padre alcolista e la madre che lo aveva abbandonato da bambino, ha perdonato il figlio e, soprattutto, ha fatto pace con se stesso, ha perdonato se stesso.

Certo, forse non c’era bisogno di fare mille chilometri a piedi per arrivarci. O forse sì: il mondo ci parla nel modo che noi riusciamo a sentire. Forse, una cosa meno strabiliante di mille chilometri a piedi, Harold non l’avrebbe sentita. Quindi ha camminato, ha sognato il suo sogno di salvare l’amica, e ha salvato se stesso. La sua direzione, da Kingsbridge a Berwick upon Tweed, era l’unica possibile.

Quindi forse l’importanza di sognare è questa: che non ottieni quello che volevi all’inizio, ma altro, qualcosa di collaterale che nemmeno sapevi di poter desiderare, perché nemmeno ti sei mai posto il problema.

Parto fra quattro giorni, vado al di là del mare (come suona bene!). Vado a imparare a sognare nella direzione giusta. O almeno, nell’unica possibile.

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