Tornare giovani (Consigli di lettura, n° 17)

Quando avevo appena iniziato il liceo, un’estate in vacanza uno degli amici del mare mi aveva scritto una lettera in cui citava un passo tratto da Novecento, di un certo Alessandro Baricco. Io non lo conoscevo, ma quel brano – quello con i quadri che cadono, all’improvviso, avete presente? – mi era rimasto impresso. Così me lo sono andato a cercare, e lo avevo comprato (mi ricordo ancora!) nella libreria che sta all’angolo tra via Monte di Pietà e via San Francesco, a Torino. Era la prima volta che entravo, e io avevo solo quindici anni, e mi sentivo allo stesso tempo piccola e spaesata e magicamente adulta abbastanza da andare a comprare un libro in centro.

Baricco ho iniziato a leggerlo così. Poi ho letto anche tutti gli altri libri, ho scoperto che la mia professoressa del liceo era una sua cara amica, alla fine del liceo mi sono iscritta alla scuola Holden, che frequentavo nelle splendide sere torinesi di primavera quando l’aria comincia a intiepidirsi e insieme ai miei compagni ci sedevamo su sedie spaiate nei dehors dei circoli arci sulla riva del Po.

Insomma, una roba così.

Poi, alcuni suoi libri non mi sono piaciuti, e la sua arroganza è leggendaria. Ho smesso di leggerlo e la me che leggeva Baricco e poi non riusciva più a leggere nient’altro per diversi giorni, dopo, per non rovinarsi il retrogusto, è finita al fondo di qualche cassetto. Diverse settimane fa sono andata  a sentirlo parlare di utopia, al teatro Regio di Torino.

Ci ha raccontato tre utopie, personalissime, e lo ha fatto nel suo solito modo che sembra sempre andare un po’ fuori tema. L’utopia della narrazione, spiegata con le parole di Giovannino Guareschi, della possibilità di vivere altre vite attraverso il racconto; l’utopia di vivere da uomo giusto, esemplificata dal potentissimo monologo dell’Atto II, Scena VIII di Cyrano de Bergerac, di Edmond Rostand; l’utopia del talento, prendendo in prestito le parole di Walter Benjamin – e aggiungendone una alla fine, quasi come un ripensamento perchè non strettamente letteraria: l’utopia di vivere nella luce, descritta dalla musica di Haydn.

Continua ad essermi antipatico, Baricco. Quasi che quando lo sento parlare – o sento parlare di lui – mi viene l’orticaria. Per l’arroganza, certo, che, non dimentichiamolo, è leggendaria, come ammette lui stesso, per il suo modo di sentirsi migliore degli altri, non si sa perchè; ma anche per lo stile così forzato, per l’attenzione tutta estetica e non di contenuto, per l’omologazione di stile dei suoi studenti che, come dice il mio amico che scrive per il teatro, a volte leggi dei libri (o degli status su facebook, noi che siamo la generazione 2.0) che sono così Holden. Che poi, non ditelo a nessuno, ma a me Il Giovane Holden non è mai piaciuto. A pensarci bene, gli trovavo gli stessi fastidi che trovo in Baricco: in particolare, la forzatura quasi manieristica della lingua, che pochi anni dopo già suona falsa, visto che il modo in cui parliamo cambia ma le cose che hai scritto sono scritte sempre allo stesso modo, ed è un modo che diventa vecchio in un batter d’occhio.

Quindi, il consiglio di lettura che avrei voluto, per questa settimana, era un libro di Baricco. Ma ho cambiato idea in corso d’opera, perchè riflettendoci mi sono accorta che ciò che mi aveva colpita, quella sera al Regio, non era stato ritrovare Baricco ma ritrovare me stessa: la me stessa adolescente e spensierata e con quel coraggio un po’ sconsiderato di buttarsi a capofitto nella vita che si ha solo a diciassette anni, prima che il mondo ci cada addosso. Perciò il mio consiglio questa settimana è questo: sedetevi un attimo. Pensateci. Quale libro, o quale autore, vi restituisce quella sensazione lì? Ecco, se ascoltate me, questa settimana leggete quello. (Poi raccontatemelo, però).

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