Le cose avventurose che non faccio mai (Consigli di lettura, n° 16)

Mi piacerebbe dare di me un’immagine diversa da quella del solito secchione topo di biblioteca. Non è possibile: sono esattamente questo, una secchiona topo di biblioteca. Ultimamente un po’ meno secchiona, ma comunque ho reso l’idea; e l’unica curva che sfoggio con disinvoltura è la famigerata curva da libro – ossia, le spalle ingobbite.

Ma sotto la mia curva da libro, sotto gli strati sedimentati di polvere di biblioteca, noia, paura di vivere eccetera, batte un cuore avventuroso. Ve lo giuro. Non tanto da avventura in solitudine: amo la solitudine ma il rischio è bello correrlo in due, così alla fine di tutto ci si può guardare e sorridere e, mesi o anni dopo, annoiare i conoscenti con perenni “ti ricordi quella volta…?”. Che se sei da solo, a fare le cose, nessun altro si può ricordare. E le cose son più belle a ricordarle in due. Quindi sì, l’avventura mi batte sotto la pelle e vorrei, vorrei tanto lasciarla scivolare fuori e prendere le redini. Un giorno succederà. Vedrete.

Nel frattempo, leggo. Tanto per cambiare. Così ho pensato di consigliare questo titolo, con cui mi sono dilettata nelle ultime settimane, a chi come me sogna in gran segreto di avere il coraggio di partire, una maledetta volta, e viverla un’avventura, anche una piccola, invece di leggerla e basta.

Quindi il consiglio di lettura di oggi è “Una passeggiata nei boschi”, di Bill Bryson. Bill Bryson di mestiere fa lo scrittore, ma non di quelli che se ne stanno seduti, come diceva Hemingway, davanti a una macchina da scrivere e sanguinano. Fa lo scrittore di viaggi, e per farlo – ovviamente – si gira il mondo. Così all’età di quarantaquattro anni suonati, e senza nessun allenamento specifico, Bill decide di mettersi uno zaino in spalla e percorrere l’Appalachian Trail, che, in caso non lo sapeste, è uno dei percorsi di trekking più lunghi al mondo, vantando quasi tremilaquattrocento chilometri di sentiero attraverso quattordici stati americani, dalla Georgia al Maine. E decide di raccontare per filo e per segno questa impresa sconsiderata, con un gradevole misto di umorismo, vero e proprio reportage di viaggio, e curiosità stile Settimana Enigmistica sull’Appalachian Trail e su usi e costumi dello statunitense medio.

Ci sono alcune parte che fanno ridere a voce alta: per me, sono state le pagine in cui Bryson racconta la preparazione – l’acquisto dell’attrezzatura, delle mappe, dei libri sulla storia del Trail e su come sopravvivere “in the wild” – immaginate come può farsi prendere per il naso qualcuno che non abbia mai fatto trekking, quando se ne va bello come un fiore a comprare l’attrezzatura completa per cinque mesi di cammino su e giù per i monti Appalachi. Insomma, un po’ la figura che farei io. Imperdibili gli aneddoti sugli attacchi degli orsi, in cui viene fuori la leggendaria stupidità di certa parte del genere umano. E adorabili le crisi di nervi del compagno di cammino (perchè le cose sono più belle se fatte in due), il grassottello Katz, che stufo di portare a spalle uno zaino così pesante decide di alleggerirlo – il primo giorno – scaraventando buona parte delle provviste giù per una scarpata.

Il che fa ridere me, che sono spietata, ma non è stato altrettanto divertente per i due improvvisati escursionisti: il primo punto di rifornimento lungo il Trail era a quattro o cinque giorni di cammino – quattro o cinque giorni a mangiare solo noodles liofilizzati e camminare otto o dieci ore per volta. Mica male.

Altre parti sono più serie, pur rimanendo prevalente il tono scanzonato di Bryson: ad esempio, il racconto della realizzazione del Trail, o delle specie animali e vegetali che lo popolano; o ancora, la storia drammatica di alcune città che si incontrano lungo il cammino, come Centralia, un tempo cuore dell’industria di estrazione dell’antracite: a metà del Ventesimo secolo si sviluppa un incendio in una delle miniere – incendio che non è stato possibile domare e che quindi brucia ancora il sottosuolo, rendendo il terreno instabile (e bollente), aprendo voragini di fuoco che neanche la porta degli Inferi, e trasformando Centralia in una città fantasma. A me, la storia di Centralia affascina da impazzire. Anche se è una delle cose più inquietanti che abbia mai sentito.

Nel libro di Bryson c’è tutto questo, e poi c’è la Natura: quella prepotente, che salta fuori dalle pagine e ti afferra per il colletto. Con una vigorosa pacca sulla curva da libro, ti dice Insomma, che ci fai ancora seduta? Andiamo a camminare. Con quel desiderio che siamo così abituati a reprimere e a schiacciare sotto le mille cose da fare, le mille comodità a cui non sappiamo rinunciare.

Eppure, che voglia di partire.

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