Domeniche blu, n° 16: Make Good Art

Il giorno in cui mi sono laureata, nessun personaggio famoso è venuto nella mia università per fare un discorso a noi laureandi, avvertendoci dei pericoli che si nascondevano lungo la via futura o incoraggiandoci a dare il meglio di noi, a contribuire al progresso della società. Certo, non mi sono laureata in materie artistiche (tutt’altro), quindi forse non me lo meritavo. Il giorno che mi sono laureata era il quindici di luglio e c’erano trenta gradi, fuori. Quando sono rientrata in casa, nella mia bella casetta di via Varazze 2, per rinfrescarmi prima di cena, ho sentito nelle pareti un teporino che mi ha insospettita. Caldo, fuori, per carità – ma così caldo? Ho toccato i termosifoni ed erano bollenti. Bollenti. Il termostato segnava oltre quaranta gradi, nelle stanze normalmente fresche e ombrose della mia via Varazze. Il riscaldamento aveva deciso di festeggiarmi, si vede. Così la sera della mia laurea ho dormito con tutte le finestre spalancate cercando di far entrare un minimo refolo di aria fresca (che comunque non c’era da nessuna parte) e dovendomi sorbire una per una tutte le rumorose transazioni dello spacciatore sudamericano – almeno, così si intuiva dalla musica sparata a tutto volume dagli altoparlanti della macchina – che pattugliava l’angolo con via Nizza.

Quindi no, nessun discorso, si capisce.

Laureandi più fortunati di me hanno avuto l’onore di stare ad ascoltare per venti minuti un discorso scritto apposta per loro da un personaggio che io considero, in assoluto, tra i miei modelli di comportamento. Uno di quelli che quando mi chiedono Che cosa vorresti diventare da grande (ormai…), io risponderei: Lui. Neil Gaiman.

Che ai laureandi della classe 2012 ha fatto questo discorso:

Magistralmente riassunto e trasformato in fumetto da quel genio di Zen Pencils:

e a breve disponibile in versione libresca.

Io vorrei essere quel tipo di persona lì: avere quel tipo di fiducia nel mondo e nelle persone e nell’arte, nella capacità di creare qualcosa che parli di noi – di me – anche quando non ci siamo più; credere nell’utilità del dolore, credere che possa davvero essere trasformato in arte, e riconoscerla quando la vedo; saper suscitare un’ispirazione, anche piccola, anche passeggera; avere il coraggio di seguirla e avere il coraggio di sbagliare sapendo che anche gli errori hanno una ragion d’essere, e un errore non è necessariamente una sconfitta.

Insomma, crederci.

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