Consigli di lettura, n° 14: Il quadrato della vendetta.

A volte i consigli di lettura migliori sono quelli che ci scivolano di bocca, sbadatamente, davanti a un caffè. Nascono dal niente, da una citazione buttata lì per caso e quasi senza speranza che l’altra persona, inspiegabilmente, capisce. E diventano – nel mio caso – compagni di lunghe sere nevose a Trento, quando è gennaio e abitando così a Nord sembra che il sole non sorga mai. Mi ricordo la sera in cui ho iniziato a leggere “Il quadrato della vendetta“, primo romanzo dello scrittore belga Pieter Aspe ad avere per protagonista il commissario Van In: era domenica, quelle domeniche pomeriggio con la neve che non ti dà nemmeno la soddisfazione di essere vera neve bianca e fioccosa, ma si scioglieva svogliatamente in pioggia, quelle domeniche pomeriggio d’inverno che mi rendono la vita proprio blu scura, e avevo appena comprato questo titolo su Amazon quando mi sono accorta che la rete wi-fi trentina non andava e non c’era modo di trasferirlo sul Kindle, perchè avevo dimenticato il cavo attaccato al pc dell’ufficio. Ovviamente.

Ho cincischiato un po’, tentando di distrarmi. Ho letto gli inserti domenicali del Corriere e la Domenica del Sole. Ho fatto TUTTI i compiti di francese, senza lasciare nemmeno un esercizietto piccolino per il giorno dopo. Ho acceso e spento la tv. Ho pensato di prepararmi una cioccolata calda, ma non avevo latte nel frigo.

Allora ho rinunciato, sono uscita nella luce funerea delle quattro del pomeriggio armata di stivali di gomma, ombrello e due o tre sciarpe (il freddo trentino ti si infila dappertutto, ma specialmente nel cuore) e sono andata all’università: la biblioteca è aperta (e dotata di wi-fi mediamente funzionante) sette giorni su sette. Operazione Pieter Aspe: conclusa con successo, ho pensato. Ho acceso il Kindle, mi sono connessa alla rete, ho scaricato il libro. Ho toccato il titolo per aprirlo.

Ed è stato l’ultimo segno di vita che il Kindle ha dato, prima di congelarsi in una specie di smorfia che sembrava tanto il ghigno mefistofelico di certi malati di tetano. Volevi leggere, eh? sembrava dirmi. Too bad – la prossima volta portati un libro vero, con le pagine.

Ho pensato fosse il freddo, o l’umidità. Sono tornata a casa e l’ho cullato sotto il phon. L’ho accarezzato, schiaffeggiato, lenito con parole dolci, supplicato. Ho pensato Si vede che è un segno dell’universo, questo libro non devo leggerlo. Con questo pensiero sconsolato, il piccolo schermo è diventato prima tutto bianco poi tutto nero, e ha (da solo) aperto l’ebook alla prima pagina. Ecco, mi diceva. Hai superato la prova. Puoi cominciare a leggere.

E in un attimo la neve non era più il grigiastro pantano trentino ma la neve gelida e bianca di Bruges.

Poi per spiegarvi veramente il valore di Bruges in questo contesto dovrei raccontarvi di quella volta all’università che mi son presa una cotta per un fiammingo dagli occhi azzurri, e diventerebbe veramente troppo lungo, e il mio amico che scrive per il teatro mi sgriderebbe per il mio tono nostalgico. Quindi immaginatevela, Bruges: quieta nella bellezza di quelle città che, come Torino, non hanno bisogno di sentirselo dire, ed elegante, e (ammettiamolo) con questo costante profumo di cioccolato nell’aria che proprio male non fa.

Il commissario Van In (burbero e non nel modo simpatico, irascibile, maldestro, spesso ubriaco, quasi ad alimentare uno slancio autodistruttivo che non si capisce bene da dove abbia avuto origine) conduce un’indagine su una rapina anomala in una gioielleria del centro. Unico indizio, un quadrato di 25 lettere che nessuno sembra saper decifrare. Un giallo senza sangue e senza i voli pindarici che possono riuscire solo a certe cellule grigie di un altro celebre investigatore belga, ma con l’attenzione al caleidoscopio linguistico e culturale del Belgio fiammingo e alle sue tensioni e contraddizioni interne; e con una schiera di personaggi che sono proprio quello che ci voleva per farmi compagnia nelle sere trentine cariche di pioggia esangue. Grazie, Van In.

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