Consigli di lettura, n° 10: Le mille luci di New York

Che cosa si cerca, in un libro?

Per me, le risposte sono generalmente due: uno, cerco una via di fuga dalla realtà e dalla piatta grigia vita di tutti i giorni, una forma di intrattenimento, un modo per vivere avventure ed emozioni che qui non so trovare e avere un lieto fine che sembra essermi precluso. Due, nei rari giorni in cui invece di rifugiarmi in universi immaginari decido di affrontare la realtà di petto, cerco un consiglio. Un esempio. Cerco informazioni sul mondo e sulla condizione umana e cerco la voce di chi ci è passato prima di me e può dimostrarmi che, a volte, si riesce a sopravvivere.

Il consiglio di lettura di oggi cade nella seconda categoria. “Le mille luci di New York” è il primo romanzo di Jay McInerney, uscito lo stesso anno in cui sono nata io. Il protagonista rimane senza nome per l’intero romanzo – e per fare una cosa del genere in modo convincente devi essere davvero bravo a scrivere. Così bravo, ad esempio, da costruire l’intero romanzo sulla seconda persona singolare, come una specie di dialogo tra il narratore e il protagonista da cui il lettore è parzialmente escluso. Quei due sanno qualcosa che non ti stanno dicendo, e la tua unica possibilità di scoprirlo è andare avanti a leggere, fino alla fine.

Dal romanzo è stato tratto il film omonimo con… Marty McFly.

Il protagonista affronta il trauma dell’abbandono da parte della moglie (una modella che insegue la carriera in Europa) lasciandosi avvolgere da una nebbia di cocaina e di alcool, insieme all’amico Ted Allagash. Ma il vero trauma con cui il protagonista deve imparare a fare i conti giace molto più in profondità, sotto le innumerevoli strisce di coca che lo portano a perdere il lavoro e sotto le relazioni attorcigliate e disfunzionali di cui il ragazzo si circonda. La dissoluzione raccontata nel romanzo non è mai fine a se stessa, nè autocelebrativa e nemmeno frutto di una semplicistica critica sociale: racconta, con una sincerità che deriva dalla forte presenza di elementi autobiografici, la solitudine che si sente in quei momenti in cui, nelle parole dell’autore stesso, “d’improvviso a nessuno importava più niente di niente… Non c’era più accordo culturale, politico, o morale a cui appoggiarsi. Si era in una zona veramente morta della nostra recente storia culturale”.

“Le mille luci di New York” è stato incluso da Fernanda Pivano nella raccolta “Libero chi legge”, nella sezione “Libertà dalla morale”, e proprio a Nanda Jay McInerney ha rivolto, dalle pagine del New Yorker, parole appassionate di ringraziamento. Il romanzo si apre con un incipit folgorante, ma è nella tenerezza del finale che si riesce a vedere, come suggerisce la stessa Nanda, il parallelo con l’opera di Fitzgerald. E’ una tenerezza che deriva dalla partecipazione, da un senso di empatia, e dalla incrollabile speranza che domani andrà meglio, che si può ricominciare daccapo, avendone la forza.

“Dovrai andare adagio”, dice. “Dovrai imparare tutto da capo”.

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