Consigli di lettura, n° 2: “Vi ho amata con malinconia…”

(La prima puntata la trovate qui.)

Mesi fa, il mio amico che scrive per il teatro mi aveva consigliato di leggere la raccolta delle lettere d’amore scambiate tra Guido Gozzano e Amalia Guglielminetti. Dopo settimane di vane ricerche, le ho finalmente trovate qui. Leggile, mi ha detto il mio amico drammaturgo, ti faranno piangere, tu che sei una mammoletta. Quindi il consiglio di lettura per la settimana è questo: lasciate parlare amanti di altri tempi, godetevi un San Valentino “crepuscolare”.

Guido e Amalia si scrivono lungamente prima di conoscersi di persona. Inizialmente, in apparenza sono entrambi ritrosi all’idea dell’incontro: Amalia sostiene che “fu davvero una fortuna che noi non ci siamo conosciuti di persona. Chi sa come sarei stata sgarbata con Voi se mi aveste detto solo una metà di ciò che m’avete scritto! Veramente io sono sgarbatamente sincera con le persone che tengo in miglior conto. Vi sarei spiaciuta, certo.” Guido, dal canto suo, più civettuolo, afferma: “Avete invece, agli occhi miei, delle qualità allontananti. Prima di tutto siete bella. E precisamente di quella bellezza che piace a me. Vi ho veduta poco, ma osservata molto: siete proprio bella (vi giuro che ho dispetto, quasi, di doverne così stupidamente convenire!) … Vedete che c’era di che rifuggire la vostra conoscenza. Non già che io temessi d’innamorarmi di Voi … ma temevo che mi piaceste ecco tutto”. L’incontro avviene poi grazie alla determinazione di Amalia, che Guido ricorda con queste parole: “Mia cara buona Amica, vorrei essere ancora nel vostro salotto e avere, per medicina, le vostre mani nelle mie mani e restarmene così, senza dir niente, guardandovi: «gioco di sguardi è cosa tanto vaga…». Voi sapete guardare molto bene: tanto che, dei nostri convegni, mi restano più impressi i silenzi, quasi, che le parole. Ed è naturale: fra noi due è quasi impossibile dire a voce cose serie e profonde (…) di tutto il nostro colloquio – quattro ore – una cosa mi sono portata via più cara di tutte: quel lungo silenzio che abbiamo avuto, in piedi, avvicinandosi il commiato, con le mani intrecciate nelle mani; mi sono smarrito anche un poco, ricordate?”

Eppure, quando il desiderio cresce fino ad essere insostenibile, Guido si ritrae in un volontario esilio, e con quella crudeltà di cui sono capaci solo i poeti scrive: “Vi siete mai domandata ciò che succederebbe se io non dovessi esiliarmi? Io sì. Succederebbe più o meno questo.
Un giorno, un bel giorno, io sarei a casa vostra, nel vostro salotto, con Voi. Sarebbe un crepuscolo, un crepuscolo della prima primavera, in febbraio, mettiamo. Da molte ore io sarei con Voi; avremmo parlato molto, avremmo esaurito ogni pretesto non volgare di conversazione. Da qualche istante si tacerebbe. L’ombra si farebbe più densa. Voi vi alzereste per accendere il lume. Io vi pregherei di no, vi tratterrei seduta col gesto. Si farebbe notte, più notte, nel quadrato della finestra, rabescato dalle cortine, il vostro profilo apparirebbe appena… Solo a tratti, l’asta scintillante d’un carrozzone elettrico illuminerebbe la penombra per un secondo. E in quel secondo il vostro volto apparirebbe e scomparirebbe come una visione non sostenibile.
Allora io – che avrei le vostre mani nelle mie mani – crederei di sognare, e inconscio irresponsabile come in un sogno, mi chinerei sulle vostre dita, salirei lungo le falangi con le labbra, fino a mordervi le vene del polso. Voi mi sollevereste la fronte, dicendomi con rampogna indulgente: «Stiamo savi!» Ma, per un evento sciagurato, il mio volto sollevandosi si troverebbe all’altezza della vostra spalla; io, nell’ombra, non me ne accorgerei: e credendo di abbandonare la guancia contro la spalliera del divano, incontrerei invece la mollezza d’una trina o il gelo d’una catenella. Istintivamente, sempre come in sogno, la mia bocca si troverebbe dietro il vostro orecchio; alla radice dei capelli fini, e vi morderei alla nuca…”

Ma Amalia non si lascia intimidire, e ribatte: “Ma non è possibile che partiate così. Verrete mercoledì: non mi chiederete perdono, non ci daremo delle spiegazioni, non ci diremo niente. Lasceremo solo le nostre anime un poco vicine e le nostre mani un poco congiunte prima di lasciarci per tanto tempo. Sarà una piccola tregua di sogno per Voi e per me. Dimenticheremo che ci sono le cose e gli uomini e le donne.
Ci parrà d’essere soli nel mondo, o d’essere fuori del mondo.
Se vorrete vegliare ci guarderemo in silenzio, se vorrete dormire poserete la testa sulla mia spalla.
E poi ci diremo addio.”

E Guido ancora una volta la cerca poi l’allontana, si lascia raggiungere solo per fuggire un’altra volta, brutalmente, freddamente: “Perdonami. Ragiono, perché non amo: questa è la grande verità. Io non t’ho amata mai. E non t’avrei amata nemmeno restando qui”. E Amalia, si dispera, si umilia, lo implora: “Io non voglio che tu mi sfugga, Guido, io non voglio che tu mi segua di lontano come un estraneo, che tu mi riveda ancora un giorno lontano quando forse i miei capelli non saranno più tanto bruni e la mia bocca fresca e i miei occhi lucenti. Lascia ch’io ti dica tu come un compagno, ch’io non senta fra noi il gelo di quella parola dura. Io ti sono compagna ora senza tremori e senza fremiti, sorella della tua anima.
Io ti saprei baciare la fronte con un sorriso sereno come si bacia un bambino. No, noi non abbiamo ancora sepolto nulla di noi stessi. Io sono per te come il primo giorno che ti vidi, non sazia, né stanca, né oppressa dalla più piccola parte di te. Sei nuovo e fresco al mio spirito come allora che m’eri ignoto. Ogni tua parola è come una piccola luce che ti rischiara un momento e ch’io guardo risplendere con gioia nuova ogni volta che tu parli.
È un senso strano ch’io non so dire, ma che non ho mai sentito per altri, una malia, quasi, che è credo, una occulta profonda fraternità, un oscuro legame spirituale che ci unisce anche nostro malgrado. Ma tu non provi questo fascino, lo so, poiché mi respingi dopo alcune ore di comune vita, mi allontani con un gesto che mi pare un urto di disdegno.”

Ma Guido rimane inamovibile, e si allontana ancora, e la cerca ancora, fino ad allontanarsi del tutto, consumato dal proprio male (morirà di tubercolosi il 9 agosto 1916, a 32 anni).

Forse le storie d’amore degne di essere lette devono finire male, forse la felicità altrui è capace di suscitarci solo invidia e non emozione. Ma forse (forse) in questi anni di social network e promesse d’amore scambiate in chat l’epistolario amoroso di una coppia di poeti ci farà l’effetto di una ventata d’aria fresca – anche se è solo l’ennesima cronaca di una storia d’amore finita male, sullo sfondo di una Torino mai così bella.

Il nostro amore che sarebbe fiorito con tutti i fiori della primavera torinese! (così dolce per l’esule che ritorna!) anche la stagione sarebbe stata propizia alla nostra follia! E quanti mesi di serenità, di sole, di profumo! E quanti sogni! Avremmo voluto pellegrinare la nostra passione in tutti i dintorni favorevoli al sentimento: quanti sogni! Io li ho già sognati tutti e t’ho già vista in tutti: con a sfondo i paesi sconosciuti, le viuzze di provincia dove si sarebbe delineata al mio fianco la tua svelta parigina figura primaverile…

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