Posti rubati, baci inattesi

Non mi stancherò mai di comporre il mio canto d’amore per Torino, a quanto pare.

Stamattina l’ho vista con la luce tagliente degli ultimi giorni d’inverno quando c’è il vento e l’aria è limpida e vetrosa e il sole già tiepido, ma in modo un po’ timido. Ma come ogni amante, Torino ha i suoi capricci, i suoi gesti di stizza, i suoi modi di farti ingelosire e di farti capire che, alla fine, comanda sempre lei.

Ci son dei posti, ad esempio, che Torino mi ha rubato. In cui non posso andare perché hanno qualcosa che li impregna – il residuo di un’emozione, forse, il ricordo di un pomeriggio che ero passata di lì ed ero stata felice in quel modo un po’ doloroso che sai che non tornerà mai più. Il laghetto ghiacciato sulla strada per il mio primo ufficio. I signori che giocano a bocce sotto gli alberi, nel parchetto dietro alla biblioteca dove lavoravo.

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Piazza Solferino il pomeriggio tardi, d’estate. Le vetrine di Platti al mattino andando al liceo, che non avevo mai il coraggio di entrare e non mi sentivo mai abbastanza “grande” e abbastanza ben vestita. Piazza san Carlo i giorni che c’è Portici di Carta. L’angolo di piazza Castello dove c’è Mulassano. Il marciapiede davanti all’ufficio, dove un collega era rimasto ad aspettarmi due ore, seduto sul gradino a leggere, una sera che avevo dovuto fermarmi al lavoro fino a tardi. Il dirigente si era affacciato alla finestra e gli aveva urlato di aspettarmi, solo cinque minuti, e lui era rimasto lì col suo libro, tutto quel tempo. Lo guardavo con la coda dell’occhio, dalla finestra, e ogni volta che passo di lì mi giro a controllare, che mi sembra quasi che, e invece no. Poi il parcheggio dove si arrivava col tram. La trattoria toscana sotto casa mia. Il bar davanti all’ospedale dove andavo a fare colazione ogni tanto, quando abitavo lì. Forse, persino un po’ Palazzo Reale.

Mi appartengono, questi posti, e insieme non sono più miei, perchè i miei residui di emozioni li abitano e li trasformano e ogni volta che ci passo mi tirano un po’ per il bordo del cappotto, mi stringono un po’ la bocca dello stomaco, e con gli occhi non vedo più bene e non riesco a distinguere quello che c’è adesso e quello che c’era in quel momento. Torino mi ruba i posti, popolandoli di fantasmi.

Poi capitano cose come oggi. Esco dalla metro e un signore anziano mi chiede di aiutarlo ad attraversare la strada, con le sue gambe traballanti e il bastone malfermo. Allora lo prendo sottobraccio, e in quei dieci metri scopro delle cose: viene da Montecassino (Hai presente Montecassino? mi dice, con l’accento ciociaro. Tutto distrutto nella guerra), è venuto a trovare la figlia che si è sposata a Torino, ha una nipote – dice – come te, che ha più o meno la tua età, compie diciotto anni giovedì prossimo. Tu quanti anni hai? mi chiede.

E io, che ne ho dieci in più, ero già commossa e non eravamo neanche a metà strada. Così quando siamo arrivati sull’altro marciapiede mi dice Grazie, Come ti chiami, Sei di Torino? Mi stringe la mano forte, mi dice Sei una brava signorina. Posso darti un bacio?

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Così mi son presa il bacio del mio vecchietto e son corsa sotto i miei portici con le ali nel cuore.

Che ci saranno anche posti rubati dove magari non vado, perchè passarci mi fa venire una puntura nello stomaco. Ma poi Torino mi ripaga con i baci inattesi del mio vecchietto, e mi sa che alla fine ci guadagno sempre io.

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