Consigli di lettura, n° 1

Questa è la seconda idea che mi sono fatta venire (la prima era questa), come buon proposito per il 2013. Arrivo sempre con un po’ di ritardo, ma arrivo.

Qui sulla Penna Blu mi ripropongo sempre di parlare solo (o almeno principalmente) di libri, poi mi lascio prendere la mano da mille altre cose e finisco col blaterare di tutt’altro. Alla fine del post, quando mi ricordo, scrivo: Ah, se vi capita, leggete questo. Ma da oggi, non più (o meglio, continuerà ad essere così, ma un po’ di meno). Da oggi, iniziano i mercoledì della Penna Blu: un libro alla settimana, per un anno. Cinquantadue settimane, cinquantadue libri – in concomitanza con la sfida proposta dal sito Goodreads. Vediamo se ce la facciamo (non saranno necessariamente gli stessi titoli).

(Per chi non fosse abituato a usarlo, Goodreads è la versione figa di Anobii: un social network interamente dedicato ai libri, che permette di seguire gli autori preferiti, postare recensioni e interagire con altri accaniti lettori. Ogni utente può anche “sfidare” se stesso a leggere un certo numero di libri entro un anno. Io ho scelto di provare con 52: il 42 sfortunatamente era già preso).

Quindi come promesso qui, il Consiglio di lettura de La Penna Blu, n° 1.

La Società Letteraria di Guernsey

Parlare di questo libro è un gesto molto intimo, per me. L’ho letto quasi quattro anni fa, una settimana alla fine dell’estate, quei primi giorni di settembre in cui il mare è più bello e più dolce che mai. Avevo un posto, dove andavo a leggere la mattina presto o la sera subito prima di cena, lontano dalle spiagge, dove non arrivava nessuno. C’erano sedie azzurre e una bandiera della Grecia che sventolava, musica greca o a volte De Andrè in sottofondo, e a volte, se eravamo fortunati, un pirata che suonava questa canzone qui.

Un giorno vi racconterò di questo posto. Ma parliamo del libro: si tratta di un romanzo epistolare, ambientato nel 1946; la guerra è appena terminata e Londra è ancora semidistrutta dai bombardamenti. La scrittrice Juliet Ashton ha raggiunto il successo grazie alle proprie tragicomiche cronache di guerra e adesso, nel mezzo di un tour promozionale, dovrebbe iniziare a scrivere il nuovo libro. Peccato che non riesca a trovare un’idea degna del nome nemmeno a pagarla. Un giorno, Juliet riceve una lettera da uno sconosciuto, il quale le racconta di aver comprato, a una bancarella di libri usati, un volume un tempo appartenuto a lei. Mi è piaciuto da matti, le dice, me ne consiglierebbe un altro simile? Sa, io faccio parte della Società Letteraria e della torta di pelle di patata di Guernsey.

Juliet, che i lettori son generosi, decide di inviarne una copia. Ma in cambio, che i lettori son curiosi, vuole sapere la storia di questa Società Letteraria e della torta di pelle di patata di Guernsey. L’enigma della torta è presto risolto: in tempo di guerra, con l’isola occupata dai tedeschi e i viveri severamente razionati, non è che ci sia molto altro con cui fare una torta. Ma la storia della nascita della Società è un vero gioiello di inventiva.

Lo stile è frizzante e accompagna perfettamente le diverse voci narranti (uno ad uno, quasi tutti i membri della Società scrivono a Juliet, fino a che la donna non si decide a trasferirsi sull’isola). I personaggi sono indimenticabili: a partire da Dawsey, il primo ad avere l’ardire di scrivere a Juliet, fino alla bizzarra Isola (si chiama proprio così), poi il vecchio Eli, la dolce e materna Amelia, e soprattutto la figura che, pur comparendo soltanto nei racconti altrui, domina l’intero romanzo: Elizabeth, anticonformista e coraggiosa, di cui si sono perse le tracce dopo la deportazione in un campo di prigionia sul contintente. E d’un tratto Juliet ha trovato l’idea per il suo prossimo libro. E io, io ero ormai avviluppata da questo coro di storie, di voci, di aneddoti che mi ricordavano talmente tanto casa mia, che ad Eli davo la faccia di Toni Frola (chi abita nel mio paese lo sa). Nel romanzo, il Male pervade ogni angolo del mondo – persino le remote isole del Canale, che nessuno si fila mai e che sulla plancia di Risiko nemmeno ci sono. Ma non vince: grandi gesti di coraggio, sacrifici immani come mandare i propri figli in Inghilterra perchè non debbano assistere all’occupazione nazista, piccoli eroismi quotidiani che sembrano quasi prese in giro (come fingere che un maiale sia malato per poi macellarlo e mangiarlo tutti insieme, di nascosto dai tedeschi – o millantare l’esistenza di una Società Letteraria per evadere il coprifuoco), persino i dispetti tra vicini, che non li faresti mai a uno sconosciuto di cui non ti frega niente, riescono a tenerlo a bada. E la vita ricomincia e lava via i segni dell’occupazione, e pulisce le ferite per aiutarle a guarire.

Due cose mi porto dietro di questo libro: la dolcezza del racconto, il senso di casa, di comunità, che sanno trasmettere i membri di questa bizzarra Società; e l’idea che l’amore per i libri sia uno dei migliori cementi possibili per una amicizia.

Il libro è stato scritto da Mary Ann Shaffer, che ha passato la vita a lavorare in mezzo ai libri, con l’aiuto della nipote Annie Barrows. Solo dopo la morte di Mary Ann, sua nonna, Annie è riuscita a far pubblicare il romanzo. Per me, è uno di quei rari libri in cui ti vien voglia di rifugiarti, di farti consolare. Buona lettura, spero.

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