Ancora l’Irlanda

Per ricordare la Bloody Sunday (la domenica del 30 gennaio 1972 in cui, nella città di Derry, l’esercito britannico aprì il fuoco contro una folla manifestanti per i diritti civili, uccidendone 13 e ferendone altrettanti) vi consiglio due cose da leggere. Niente di specifico sugli avvenimenti della giornata, ma due piccoli capolavori per entrare un pochino nella testa degli irlandesi. O almeno, di alcuni.

Ho letto “Eureka Street” di Robert McLiam Wilson perchè irretita dalla recensione sulla fascetta, che di solito non corrisponde mai alla realtà e porta invece grandi delusioni. Non così per questo romanzo: sullo sfondo di una Belfast sempre lacerata dal conflitto, l’autore mostra le avventure di una coppia di improbabili amici – Jake, ex pugile ora addetto al pignoramento, inguaribile romantico sempre alla ricerca di un nuovo amore, un po’ violento nei confronti del suo gatto rompiscatole, protestante; e Chuckie, di famiglia cattolica (“papista”, per la precisione) grasso, goffo e ingenuo, che riesce nonostante tutto ad avere una mirabolante carriera nel mondo degli affari, con conseguente afflusso pressoche illimitato di denaro.

Deve essere una cosa speciale che hanno gli irlandesi, come una capacità innata di ridere anche se piove tutti i giorni, che li rende in grado di far ridere il lettore anche con un romanzo che parla di un avvenimento drammatico come i Troubles in Irlanda del Nord. Un sorriso particolare mi è sfuggito con il gioco di parole tra il nome di Chuckie e tiocfaidh ár lá, in gaelico “verrà il nostro momento”, motto (tra gli altri) di Bobby Sands. Insomma, irriverente al massimo. Il mio personaggio preferito ovviamente era il gatto, perennemente dileggiato e bistrattato dal pugile romantico, ma sono tantissimi i personaggi degni di essere ricordati: ad esempio, il vagabondo Ripley Bogle, che torna da protagonista nell’omonimo romanzo dello stesso autore. Insomma si ride e si piange e, soprattutto (ma quella per me non è una novità) ci si strugge dal desiderio di tornare in Irlanda – o meglio, nella “mia” Irlanda, ancora l’Irlanda. Che per me è il posto dove, per la prima volta, ho camminato da sola. Non esiste niente al mondo che possa battere quella sensazione. Anche se piove tutti i giorni.

Se invece si vogliono ricordare i Troubles commuovendosi e basta, senza ridere, bisognerebbe leggere “L’uomo sulla collina”, di Joseph O’Connor, un racconto contenuto nella raccolta “I veri credenti“. Qui Joseph (mi permetto di chiamarlo per nome perchè abitavamo vicini, a Dalkey, e l’ho anche incontrato, una volta).

“L’uomo sulla collina” racconta la storia d’amore tra un giovane membro dell’IRA e un soldato inglese negli anni che hanno visto il culmine dei Troubles. Prendete una storia di amore omosessuale nella cattolica Irlanda, fate in modo che i due protagonisti siano non solo di religioni diverse, ma di nazionalità diverse, e che uno sia inglese. Agitate bene e scappate molto lontano, prima che esploda.

Confesso di aver pianto calde lacrime. Joseph O’Connor (la risposta è sì, è il fratello di Sinéad) racconta l’altro lato dell’Irlanda, non quella caciarona e sgagherata di Chuckie e Jake, ma quella divisa e arrabbiata e violenta, che si cerca di non vedere e non raccontare perchè non attira il tipo giusto di turismo.

Poi si sa, l’Irlanda non è rimasta la stessa. Nonostante il rapporto Saville abbia causato qualche agitazione, non ci si spara più per le strade, anche se le tensioni rimangono eccome. Si beve e si vomita, quello certamente. Si suona, tanto. Io? Se vedete me, per le strade dell’Irlanda, sarò probabilmente da sola, certe esperienze sono troppo personali per condividerle. Passeggerò sulle rive del Liffey, credo. Starò sospirando. Venitemi a cercare.

La statua di Patrick Kavanagh sulle rive del Grand Canal

On Pembroke Road look out for me ghost
dishevelled, with shoes untied
playing through the railings with little children
whose children have long since died.

P.Kavanagh, If ever you go to Dublin Town, 1953

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