Un viaggio inaspettato

La mia copia de Lo Hobbit è autografata da Massimo Gramellini, e da Aragorn. E già questa è una storia che varrebbe la pena di raccontare.

2012-12-12 22.57.09

Tutta colpa dei rugbysti, in questo caso. Perchè al liceo avevo prestato la mia copia de Lo Hobbit al mio rugbysta del cuore, quello che non mi amava. Si usava così, ai miei tempi che non c’era facebook, fra noi secchioni: ci si scambiava i libri. Che poi il rugbysta non mi amava, ma mi conosceva bene e mi pensava, ogni tanto. Così un giorno che Gramellini era andato a presentare la prima edizione del suo libro “Buongiorno” (era il 2003) nel suo liceo, il mio rugbysta si era fatto autografare il mio libro, per me, con tanto di dedica e autografo di Aragorn.

Mica male, per dei secchioni, no?

Domani esce il film de Lo Hobbit. Peter Jackson ha fatto del suo meglio, forse il meglio che si poteva fare (non so se potrò mai perdonargli di aver escluso Tom Bombadil) con il Signore degli Anelli. Ma lo Hobbit, paradossalmente, sarà più difficile. Perchè come ogni romanzo per ragazzi che si rispetti, ti parla anche quando sei adulto, e ti parla in modi che non ti saresti aspettato. Il doppio messaggio non sarà facile da trasferire sul grande schermo.

Ho sempre pensato che la narrativa fosse una porta verso altre vite, che a me non era toccato di vivere. Verso avventure impossibili nel mondo reale, strumenti per colorare la mia vita che tante volte mi sembrava piatta e grigia e sempre uguale. Quest’anno mi è capitato qualcosa, non lo so. Quest’anno la letteratura mi parla di me, mi svela certe cose sulla condizione umana (senti che paroloni che si tirano fuori, a ridosso della fine del mondo) che prima nei miei romanzi non riuscivo a vedere.

Lo Hobbit non è solo un’avventura inaspettata. Lo Hobbit parla di superare i tuoi limiti. Di riuscire a fare cose che mai e poi mai avresti pensato di riuscire a fare, di affrontare prove che ti sembrano al di là delle tue possibilità – come andare a recuperare un tesoro custodito da un drago, dall’altra parte del mondo conosciuto; oppure, iniziare un nuovo lavoro, difficile, in una città fredda e lontana, solitaria come La Montagna Solitaria di Erebor. Ogni avventura è inaspettata, come è inaspettato crescere: non si va mai nella direzione che si era prevista, ci si perde per strada, sotto le montagne. Ci si trova faccia a faccia con la parte più oscura di sè, e la si deve affrontare: sia che si trovi al di fuori di noi, come Gollum, hobbit al pari di Bilbo, ma divorato dal Male; sia che si trovi dentro di noi.

Per dire, io ho il mio Gollum, a Trento. Non si chiama Gollum, ma è irritante e penoso allo stesso modo. E’ la parte di me che si porta addosso tutte le mie ferite. E’ me, come sarei se non avessi trovato, in qualche inaspettata parte di me, la forza di reagire. Di fidarmi della strada, di cercare il prossimo incrocio. Il prossimo tesoro da strappare alle grinfie di un drago.

Sopravvivere alle avventure non è facile. I bei romanzi servono anche a questo, a farti vedere che sopravvivere è possibile. Quest’anno l’ho capito.

Adesso aspetto che Gandalf venga a bussare anche alla mia porta, che mi faccia partire senza nemmeno un fazzoletto in tasca, prima di riaccompagnarmi a casa.

Roads go ever ever on,
Over rock and under tree,
By caves where never sun has shone,
By streams that never find the sea;
Over snow by winter sown,
And through the merry flowers of June,
Over grass and over stone,
And under mountains in the moon.

Roads go ever ever on
Under cloud and under star,
Yet feet that wandering have gone
Turn at last to home afar.
Eyes that fire and sword have seen
And horror in the halls of stone
Look at last on meadows green
And trees and hills they long have known.

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