Inizi e promesse

La frase iniziale di un romanzo – lo dicono tutti – è importantissima: stabilisce il tono, attrae o respinge il lettore, getta le basi per un rapporto che dovrà durare fino all’ultima pagina. E non vale solo per i romanzi: l’altra mattina, in biblioteca, mi sono seduta in un angolino e ho letto “Il violino di Rothschild“, di Anton Čechov, che inizia così:

La cittadina era piccola, peggio di un villaggio, e vi vivevano quasi soltanto dei vecchi, i quali morivano così raramente che era addirittura un dispetto.

Al di là dell’effetto sorpresa di una dichiarazione così bizzarra da sembrare quasi irrispettosa (non morire sarebbe un dispetto?), la forza espressiva sta nella capacità di proiettare il lettore immediatamente nella dimensione del racconto: il protagonista è un costruttore di bare. Certo che, per lui, non morire è un dispetto, un mancato guadagno.

Così mi sono messa a pensare a quali sono stati gli incipit che ho trovato più brillanti, toccanti o incisivi. Eccone alcuni dei miei (assolutamente in disordine), aspetto i vostri:

1) Partiamo dal semplice, il solito “Chiamatemi Ismaele” (Herman Melville, Moby Dick). Che poi io dico “solito” perchè tutti lo citano quando si parla di queste cose, ma ho la sensazione che a furia di sentirlo citare si perda un po’ la forza di questa apertura. Perchè iniziare dicendoci Chiamatemi Ismaele fa venire in mente ai lettori millemila domande: intanto, chi è in realtà ‘sto Ismaele? Perchè dovremmo chiamarlo Ismaele e non, che ne so, Gianmaria? Ismaele è il suo vero nome? E se è il suo vero nome perchè dice “Chiamatemi” e non “mi chiamo”? E se non è il suo vero nome, come si chiama davvero? E perchè non lo vuole dire, il nome vero? Insomma, ce n’è abbastanza in quelle prime tre parole, Call me Ishmael, per stargli dietro per buona parte delle innumerevoli pagine che seguono.

2) Il mio nuovo amore, 1984, di George Orwell. “Era una luminosa e fredda giornata di aprile, e gli orologi battevano le tredici”. Ancora una volta Orwell è subdolo, perchè ti presenta una normalissima giornata di aprile, fredda e luminosa, come ce ne sono tante. Ma gli orologi non battono le tredici – almeno, non qui. E quindi subito capisci che qualcosa non va, ed entri senza tanti complimenti nell’orribile (e orribilmente verosimile) distopia che l’autore ha creato.

3) Joe R. Lansdale, Il carro magico: “Pochi anni dopo essere morto, Wild Bill Hicock venne a Mud Creek per una bella sparatoria. Io c’ero. Permettetemi di raccontarvi come andò”. Pochi anni dopo essere morto? Insomma, c’è qualcosa sotto, e non si può smettere di leggere, ormai. Lansdale è così.

4) Richard Mason, Anime alla Deriva: “Mia moglie si è sparata ieri pomeriggio. O almeno questo è quanto ritiene la polizia (…). Sono stato io a ucciderla”. A questo incipit folgorante si aggiunga il fatto che il romanzo è stato scritto da un ragazzo di appena vent’anni, nonostante la voce narrante appartenga a un uomo anziano, e voila: il romanzo perfetto.

5) Italo Calvino, Se una notte d’inverno un viaggiatore: “Stai per cominciare a leggere il nuovo romanzo Se una notte d’inverno un viaggiatore di Italo Calvino. Rilassati. Raccogliti. Allontana da te ogni altro pensiero. Lascia che il mondo che ti circonda sfumi nell’indistinto”. Coraggioso e quasi un po’ arrogante, mi affascina l’idea del romanzo che parla di se stesso, che si arrotola quasi a spirale. Calvino è maestro delle spirali.

6) E a proposito di incipit coraggiosi, Chuck Palahniuk, Soffocare: “Se stai per metterti a leggere, evita”. L’esatto contrario, insomma. Ma ce ne vuole, di fegato, per iniziare un romanzo invitando il lettore ad andare a fare altro. Devi essere sicuro che non ti darà retta, e continuerà a leggere.

7) Jay McInerney, Le mille luci di New York: “Non sei il tipo di persona che si troverebbe in un posto come questo a quest’ora del mattino. Eppure eccoti qui”. Intanto, la seconda persona singolare, difficilissima (e infatti molto rara), che rimane per il resto del romanzo. In questo modo il lettore è chiamato a partecipare in prima persona, come se si parlasse con lui e non a lui. Così si è dentro e fuori allo stesso tempo, e anche il giudizio diventa più difficile da esprimere, perchè è come se le cose capitassero a te. E poi, se non sei il tipo da trovarsi in un posto così a quest’ora, che tipo sei? E perchè sei qui a quest’ora, invece?

Gli incipit mi piacciono perchè sono allo stesso tempo una sfida e una promessa.

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