Le case vuote

Caro Paolo Giordano,

ok, premetto che ho letto solo un capitolo del tuo nuovo romanzo (Amazon me ne dava solo uno, gratis, e tutto il libro intero costava un prezzo che non mi andava di spendere per un romanzo di cui non ero sicura. Sei stato dottorando spiantato anche tu, sicuramente mi capirai). Ci siamo quasi incontrati alla Holden e abbiamo quasi la stessa età, quindi ti do del tu. Ho letto il tuo primo romanzo e non mi è piaciuto un granché ma ti giuro, non parlo per invidia. Ok, un po’ sì. Ma proprio poco.

Ma parliamo dell’ultimo. Di cui ho letto solo il primo capitolo.

Sarà che sono giuria corrotta, come dice il moroso. Tra parentesi, sai che mestiere fa il mio moroso? L’alpino. In Afghanistan. Affanculistan, come lo abbiamo amorevolmente soprannominato in questi sette (SETTE) mesi di missione. Ma tu lo conosci. Ci sei stato. Con i soldati. Hai visto.

Sai che cosa invece nessuno vede mai? Quello che vedo io, tutte le volte che entro in casa a Trento: il vuoto. Casa mia è vuota.

Casa mia non è nemmeno casa mia: è casa del moroso. Vedi, caro Paolo, il moroso lavorava a Trento: così io ho impacchettato la mia vita, o almeno quella parte della mia vita che era trasportabile, e sono venuta qui. Tre settimane dopo Ignazio (all’epoca c’era ancora Ignazio) ha deciso che il moroso stava meglio vicino a Roma, sai, il freddo delle montagne trentine non fa bene agli artiglieri da montagna, si vede. Meglio il mare del Lazio, per un alpino.

I muri sono pieni di quadri: dipinti di suo padre, che ha appeso alle pareti appena prima che arrivassi io, per rendere la casa più “casa”. I miei quadri sono cartoline della Francia meridionale, appoggiati in bilico sopra la targa di un camion afghano, ricordo della prima missione. Gli scaffali sono pieni di libri, libri suoi, qualcuno che gli ho regalato io. Per i miei libri sono dovuta andare all’Ikea a comprare Billy, e alcuni sono ancora negli scatoloni, che per tutti i miei libri non c’è abbastanza spazio. La cantina anche, è piena: c’è uno dei suoi bauli, e uno di quei grossi e ingombranti zaini militari, con un sacco a pelo verde oliva arrotolato dentro, e una marea di fogli sparsi. Questa primavera, poche settimane dopo che lui è partito per Herat, la cantina si è allagata, e sono dovuta scendere di sotto a spostare la sua roba perché altrimenti sarebbe marcita. Non sapevo dove metterla: qualcosa l’ho portato dentro casa, chiuso in uno scatolone che ho dipinto perché facesse meno disordine. Altre cose sono rimaste lì, assediate dalla muffa, protette alla bell’e meglio dalle mie mani imbranate, che certi pesi non riesco proprio a sollevarli.

Non sapevo dove mettere la sua roba salvata dalla cantina perché la casa è minuscola, e anche gli armadi sono pieni: ci sono le sue tute mimetiche, appese, una camicia grigioverde, una sciarpa militare, una cravatta della divisa. Una tuta da ginnastica con il logo dell’Accademia, a Modena. Calzini verde oliva nei cassetti. I suoi anfibi, nel portascarpe. Sapessi come sembrano piccole le mie ballerine, schiacciate lì di fianco! Io, che mi son sempre fatta i complessi di avere i piedi troppo grossi.

Quindi lo vedi anche tu, casa mia che non è davvero casa mia è piena di roba. Eppure ti dico che è vuota. Come mai? Sei un dottore di ricerca, sei abituato a porti domande. Come fa casa mia, così piccola e così stipata di oggetti, ad essere vuota?

Fa così: che il primo di aprile, come uno scherzo venuto male, il moroso è partito per l’Afghanistan e oggi, che se ti viene il dubbio è il diciotto di ottobre, il moroso non è ancora tornato (torna fra un mesetto). Ma sai qual è la cosa che la rende più vuota in assoluto? Che nessuno le vede, le case vuote. Nessuno le sa. Nessuno va in viaggio a vedere le case che i soldati hanno lasciato disabitate partendo per la missione.

Nessuno racconta la mia, di missione. Che la domenica sera lascio il rumore accogliente della casa dei miei genitori per attraversare il nord Italia, infilarmi in una casa che ho progettato di vivere insieme a una persona che non c’è, e ricominciare ogni lunedì mattina un dottorato che mi fa piangere dalla frustrazione. Nessuno racconta i miei armadi con le mimetiche dentro, mimetiche che non ho mai lavato perché nessuno indossa. Nessuno racconta che cosa vuol dire, aprire un armadio e trovarci dentro le mimetiche non indossate, che preferirei che mi sputassero nel piatto, piuttosto che doverle vedere, tanto che lascio lo stendino sempre aperto davanti a quell’anta, e quasi non disfo la valigia per non dover mettere i miei vestiti lì dentro.

Nessuno racconta del vicino di pianerottolo che mi viene ad avvisare della cantina allagata, e nessuno racconta di me che sbatto la testa nel sottoscala perché non so prendere le misure, che prendo a calci zaini zuppi di umidità perché sono troppo pesanti per riuscire a sollevarli da sola. Nessuno racconta di quanto vorrei prendere il cellulare e sbatterlo contro il muro ogni volta che squilla, che non ce la faccio più a sforzarmi di ignorare il ritorno di voce della chiamata satellitare, l’interferenza con le radio che sento Alpha bravo charlie invece di sentire Ciao amore come stai.  Le fidanzate dei tuoi soldati le racconti o isteriche o ninfomani; le uniche per cui non lasci trasparire un malcelato disprezzo sono quelle che chiamano quando hanno voglia di fare sesso e poi non rompono i coglioni. Nessuno racconta di come ci si sente a trovarsi a fare la madrina di guerra come quelle del quindici diciotto, ma un secolo dopo, che si vede che a parte la tecnologia l’umanità non è andata avanti per niente. Nessuno racconta delle volte che vorrei prendere a schiaffi le mie amiche che mi dicono Ah come sei forte, io non ce la farei mai. Sai che c’è? Nemmeno io, ce la faccio. Ma nessuno lo racconta.

Io lo so perché sei voluto andare in Afghanistan, Paolo. Ci volevo andare anche io, prima di incontrare il moroso. Lo studio, un po’, l’Afghanistan. Mi affascinava. E’ avventuroso. Ti fa illudere di stare rischiando la vita e per questo ti sembra di vivere un po’ più forte, di sapere delle cose che gli altri non sanno. Ma non sai niente, finché non sai le case vuote.

E’ bello fare gli eroi e i coraggiosi e gli impegnati e andare a fare le avventure pericolose dall’altra parte del mondo. Nessuno vuole rimanere a casa ad aspettare. Nessuno vuole fare le avventure nelle case vuote.

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5 thoughts on “Le case vuote

  1. Lasci senza parole. Su Giordano non mi esprimo, ho letto il primo, non ho letto il secondo ma non ne ho letto gran bene. “Troppo costruito, senza emozione” dicono quelli che l’hanno letto.
    Le tue parole invece vibrano e arrivano dritte al cuore passando per lo stomaco. Spero che questo mese passi in un soffio e che il tempo si fermi subito dopo, quando il “moroso” sarà tornato e spero che non sia solo una breve licenza. Non metto il like solo perché riesco ad associarlo soltanto a scritti lievi ed allegri. V.

  2. anche io sono rimasta senza parole, con un nodo in gola e rileggo ancora una volta quanto hai scritto. Il libro di Giordano non so se lo leggerò ma quando lo vedrò esposto sugli scaffali delle librerie penserò a queste tue righe.

  3. peccato fermarsi al primo capitolo, la terza parte del romanzo è tutta incentrata sulle “case vuote”. il racconto dall’Afghanistan si sposta verso chi è rimasto a casa, verso chi è rimasto ad aspettare. in generale, giusto per il rispetto di qualsiasi lavoro artistico, come un film, un libro, una mostra, conviene almeno arrivare alla fine e poi discuterne.

    1. Grazie per il suggerimento, adesso ho uno sprone in più per andare avanti nella lettura. Ovviamente ho letto solo il primo capitolo, quindi più che una discussione del romanzo in sé (sul quale non pretendo certo di potermi pronunciare nel merito) si tratta di una riflessione personale su un certo tipo di situazione, per la quale il romanzo era semplicemente uno spunto, un punto di partenza. Grazie!

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