Amori settembrini

Insomma secondo me a settembre è molto facile innamorarsi, sarà per la luce dorata che scende in certe giornate di sole che sembrano più belle perchè sai che saranno le ultime. Così in questo mese di settembre tanto indeciso tra sole e pioggia io mi sono innamorata due volte.

La prima volta è successo per un saggetto che forse in italiano nemmeno si trova, e si chiama “Why I write”, Perchè scrivo, di George Orwell. E’ ingannevole, Orwell, come sempre: inizia in modo piano e semplice, affermando che fin dall’età di cinque o sei anni aveva saputo di voler diventare, da grande, scrittore. Racconta di aver cercato di cambiare vocazione, e ciononostante sentiva che impegnarsi in qualsiasi altra attività sarebbe stato un tradimento della propria vera natura. Insomma, Scrivo perchè sono uno scrittore.

Poi però esce Orwell, quello vero. Elenca quattro motivi per cui si scrive: il puro egoismo, l’entusiasmo estetico, l’impulso storico o storiografico, e il fine politico. E dichiara: “Ogni riga di lavoro serio che ho scritto a partire dal 1936 è stata scritta, direttamente o indirettamente, contro il totalitarismo e per il socialismo democratico, come io lo intendo. Mi sembra insensato, in un’epoca come la nostra, pensare che si possa evitare di scrivere su questi temi. Tutti scrivono di questo in un modo o nell’altro. E’ semplicemente una questione di scegliere da che parte stare, e quale approccio ne consegua. E più si è coscienti del proprio pregiudizio politico, più si ha la possibilità di agire politicamente senza sacrificare la propria integrità politica ed estetica”.

Ci sono molti scrittori che hanno sostenuto, con qualche variazione sul tema, lo stesso principio: scrivere è un gesto politico, ogni gesto è un gesto politico. La letteratura deve trasmettere un insegnamento, un ideale; persino, per alcuni, deve indottrinare.

Quando trovavo autori così, io correvo a gambe levate nella direzione opposta. Perchè cercavo altro: storie, avventura, amore, intrattenimento.

Perchè Orwell è stato diverso? Intanto, se volete, leggete il brano per intero qui. Quando, all’inizio di quest’anno, sono andata a ripescare i libri di Pavese – in particolare i suoi diari e le lettere – quello che mi aveva colpita di più era lo slancio artistico, la ricerca continua di una forma espressiva che non fosse semplice narrativa ma letteratura, e quindi arte. Una posizione simile l’avevo sempre considerata al di fuori della mia portata, persino autocelebrativa, forse un po’ snob. Ma in Pavese ho trovato una forza di emozioni, costantemente imbrigliata in una ricerca artistica, che mi ha convinta. Era vivo, e tendeva all’arte. Non ne trovo nessuno, oggi, che abbia lo stesso gusto e la stessa voglia di fare qualcosa che abbia peso, che diventi letteratura. Mi sento un po’ schiava della vetrina dei bestsellers, della classifica di Tuttolibri. La purezza di Pavese mi ha sedotta.

Orwell fa la stessa cosa, e aggiunge un gradino in più: la politica. Con una trasparenza e una padronanza della lingua che la rendono leggera, Orwell sposa politica e arte: “Ciò che ho più desiderato di fare nel corso degli ultimi dieci anni è trasformare la scrittura politica in un’arte. Il mio punto di partenza è sempre un sentimento di partigianeria, un senso di ingiustizia. Quando mi siedo a scrivere un libro, non dico a me stesso: ‘Produrrò un’opera d’arte’. Scrivo perchè c’è qualche bugia che voglio esporre, qualche fatto su cui voglio attirare attenzione, e la mia preoccupazione iniziale è ottenere udienza. Ma non potrei fare la fatica di scrivere un libro, o anche solo un lungo articolo di giornale, se non fosse anche un’esperienza estetica. Chiunque abbia interesse ad esaminare la mia opera vedrà che persino quando è pura propaganda contiene molto che un politico di mestiere considererebbe irrilevante. Non sono in grado, e non voglio, abbandonare completamente la visione del mondo che ho acquisito durante l’infanzia. Fino a che rimarrò in vita continuerò ad avere forti sentimenti verso lo stile della prosa, ad amare la superficie della terra, e trarre piacere da oggetti solidi e pezzi di informazioni inutili. E’ vano cercare di sopprimere quella parte di me. Il lavoro sta nel cercare di riconciliare i miei gusti e le mie antipatie radicate con le attività pubbliche ed essenzialmente non individuali a cui  quest’epoca costringe ciascuno di noi”.

Le parole di Orwell mi hanno suonato un campanello nella testa. Allora sono andata a cercarmi 1984, che combinazione è il mio anno di nascita, e ho iniziato a leggere il romanzo che tutti studiano a scuola e che io avevo sempre rifiutato di aprire.

E’ spaventoso. In vita mia, mai ho avuto più paura leggendo un libro di quanta ne abbia avuta per 1984. Ma induce una specie di morbosa fascinazione, per cui non puoi smettere di leggere.

Sono due i punti che mi hanno sconcertata: il primo è quello sulla Neolingua, il linguaggio fatto di abbreviazioni che di anno in anno si restringe sempre di più; quello che mi ha colpita è la puntualità della previsione, verificata oggi più che mai nel linguaggio storpio di chat rooms e sms. Finito di leggere questo romanzo ci si rende conto di quanto sia prezioso e rivoluzionario parlare la propria lingua in modo corretto.

Non capisci che lo scopo principale a cui tende la neolingua è quello di restringere al massimo la sfera d’azione del pensiero? Alla fine renderemo lo psicoreato letteralmente impossibile, perché non ci saranno parole con cui poterlo esprimere. Ogni concetto di cui si possa aver bisogno sarà espresso da una sola parola, il cui significato sarà stato rigidamente definito, priva di tutti i suoi significati ausiliari, che saranno stati cancellati e dimenticati. (… ) A ogni nuovo anno, una diminuzione nel numero delle parole e una contrazione ulteriore della coscienza.

Il secondo è la speranza disillusa di Winston, il protagonista, che i Prolet possano un giorno ribellarsi e porre fine a questa assurda realtà. Se c’è una speranza, scrive Winston nel suo diario segreto, questa risiede tra i prolet:

Ma i prolet, se fossero riusciti in qualche modo a prendere coscienza della loro forza, non avrebbero avuto bisogno di cospirare. Non avrebbero dovuto fare altro che levarsi in piedi e scrollare le spalle, come un cavallo che scuote da sé le mosche. Se avessero voluto, avrebbero potuto fare a pezzi il Partito l’indomani stesso. L’avrebbero pur dovuto fare, prima o poi. Eppure…

Eppure non si svegliano mai, perchè, come non manca di sottolineare O’Brien durante una delle estenuanti sedute di tortura “rieducativa”, “Tu immagini che esista qualcosa come ‘la natura umana’ che si sentirebbe oltraggiata da quello che noi facciamo e che si ribellerà contro di noi. Ma siamo noi a crearla, questa natura umana. Gli uomini possono essere manipolati in tutti i modi”. Come non ci svegliamo mai noi, come ci facciamo manipolare in tutti i modi noi, che sia per ore di coda davanti a un negozio di cellulari o per la scelta di comodo di non dire, di non alzare la testa, di non vedere, perchè tanto non è mica capitato a me.

Per me è successo così, che quando ho finito di leggere il libro mi è venuta voglia di impegnarmi. Mi è venuta voglia di scrivere un libro che non racconti solo una storia, ma che abbia significato (non ci riuscirò mai, ma comunque). Che cambi la vita di qualcuno, che faccia tornare la voglia di riflettere su chi siamo, su come è formata la nostra società (e scelgo di dire “formata” non a caso), su quale direzione abbiamo preso e se sia davvero la direzione in cui vogliamo andare. Perchè dal futuro distopico di 1984, anche se il 1984 è passato da quasi trent’anni, non siamo poi così lontani.

«Winston, come fa un uomo a esercitare il potere su un altro uomo?».
Winston rifletté. «Facendolo soffrire» rispose.
«Bravo, facendolo soffrire. Non è sufficiente che ci obbedisca. Se non soffre, come facciamo a essere certi che non obbedisca alla nostra volontà ma alla sua? Potere vuol dire infliggere dolore e umiliazione. Potere vuol dire ridurre la mente altrui in pezzi che poi rimetteremo insieme nella forma che più ci parrà opportuna. Cominci a intravedere, adesso, il mondo che stiamo costruendo? È esattamente l’opposto di quelle stupide utopie edonistiche immaginate dai riformatori del passato. Un mondo fatto di paura e tradimento, di tormento, un mondo nel quale si calpesta e si viene calpestati, un mondo che nel perfezionarsi diventerà sempre più spietato. Progresso, nel nostro mondo, significherà progredire verso una sofferenza più grande. Le antiche civiltà sostenevano di essere fondate sull’amore o sulla giustizia, la nostra è fondata sull’odio. Le sole emozioni destinate a esistere nel nostro mondo saranno la paura, la collera, l’esaltazione e l’umiliazione. Tutto il resto lo distruggeremo. Tutto. Già stiamo smantellando quelle abitudini mentali che erano un retaggio della Rivoluzione. Abbiamo infranto ogni legame fra genitori e figli, uomo e uomo, uomo e donna. Oggi nessuno più ha il coraggio di fidarsi di una moglie, di un bambino o di un amico, ma in futuro non ci saranno più né mogli né amici. I bambini saranno tolti alle madri all’atto della nascita, così come si tolgono le uova a una gallina. L’istinto sessuale verrà sradicato. La procreazione sarà una formalità annuale, come il rinnovo di una tessera per il razionamento. Aboliremo l’orgasmo. I nostri neurologi ci stanno già lavorando. Non ci sarà forma alcuna di lealtà, a eccezione della lealtà verso il Partito. Non ci sarà forma alcuna di amore, a eccezione dell’amore per il Grande Fratello. Non ci sarà forma alcuna di riso, a eccezione della risata di trionfo sul nemico sconfitto. Non ci sarà forma alcuna di arte, di letteratura, di scienza. Quando avremo raggiunto l’onnipotenza, non avremo più bisogno della scienza. Non ci sarà differenza fra il bello e il brutto. Non ci sarà curiosità, né la gioia del processo vitale. Tutti gli altri piaceri che potrebbero mettere a repentaglio un simile progetto saranno distrutti. Ma ci sarà sempre, sempre — e tu non lo dimenticare, Winston — l’ebbrezza del potere, che diventerà sempre più forte e raffinata. Ci sarà sempre, in ogni momento, il fremito della vittoria, la sensazione di calpestare un nemico inerme. Se vuoi un’immagine del futuro, pensa a uno stivale che calpesti un volto umano in eterno.»

(La seconda volta che mi sono innamorata, questo settembre, è stato di Fenoglio. Poi vi racconto).

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4 thoughts on “Amori settembrini

  1. Anche per me 1984 è stato un grande amore e un grande sgomento. Letto due volte a distanza di anni, non perde nulla anzi. Andrebbe letto e riletto da tutte le persone che non si accorgono di quanto questa società sia pericolosamente somigliante a una dittatura in cui il popolo dormiente si accontenta di non porsi domande scomode. Buona giornata! Ti auguro di scrivere quel libro!

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