Il consiglio del libraio

Adesso vi racconto un breve aneddoto, a beneficio di coloro che paventano la fine del libro di carta ad opera della incalzante rivoluzione digitale. Ho comprato un lettore ebook a fine aprile (mai soldi furono meglio spesi nella mia breve ma intensa carriera di consumatrice). A metà luglio sono entrata in libreria e ho comprato un libro di carta.

Fine dell’aneddoto. Morale: i libri di carta non scompariranno mai perchè il vero lettore continuerà a comprare libri che si possono annusare e accarezzare e (soprattutto) appoggiare sulla mensola, lasciare aperti sul letto (nel mio caso, sulla lavatrice perchè leggo in bagno), ordinare sullo scaffale, appoggiare sul comodino. I libri devono fare mucchio. Il lettore queste cose le sa.

E poi i lettori continueranno a comprare i libri cartacei non tanto per l’oggetto libro in sè, ma per i librai. Non i commessi delle librerie: i librai.

Io compro libri nelle grandi catene spersonalizzate perchè non mi devi rompere le scatole mentre sto scegliendo un libro. Devo avere spazio intorno e tempo per pensare in silenzio e andare avanti e indietro tre o quattro volte senza sentirmi sulla schiena gli occhi affamati del bottegaio che si domanda se comprerò qualcosa, se cerco di rubare, se coi miei soldi stasera potrà finalmente pagare la bolletta della luce.

C’è una sola libreria che frequento assiduamente da quasi quindici anni. Ha scale di legno che scricchiolano sotto la moquette e musica classica in sottofondo, leggera che la senti solo se ascolti. Ha un silenzio come quello della montagna, che è più della semplice assenza di rumore, che è raccoglimento e promessa. Ha, probabilmente, i librai più antipatici DEL MONDO. Quindici anni di assidue frequentazioni (almeno per quanto le magre finanze me lo consentissero), di sguardi carichi di desiderio dalla vetrina (quando le finanze non consentivano altro) e mai un sorriso, mai una parola che non fosse la somma da corrispondere. Forse una volta mi hanno chiesto Vuole un sacchetto. Ho detto No, grazie, metto in borsa. Oppure inizio a leggere subito – ma questo non l’ho detto.

Ma quest’estate! Era quasi il mio compleanno. Sarà stato quello: me lo portavo addosso come un segno. Sono entrata perchè la mia amica era in ritardo. Era mattina presto, avevano appena aperto. La signora delle pulizie stava ancora trafficando con un angolo di moquette. Io mi sono intrufolata al piano di sopra, cercando vanamente di non far scricchiolare le scale. C’era un libro quasi in bilico sull’angolo di un tavolo. Lo avevo già visto, ci avevo girato intorno. Lo avevo posato stancamente pensando che sarebbe stato troppo denso, troppo impegnativo, troppo letterario. Ma avevo bisogno di significato, quest’estate, capite? Di un libro che mi dicesse qualcosa sulla condizione umana, sull’amore, sul sacrificio, sulla letteratura. Una storia non mi bastava. Volevo risposte. Soluzioni. Volevo forza.

Avevo una spinta dietro lo stomaco e allora l’ho preso in mano. Sono scesa facendo scricchiolare le scale e sono andata a pagare. Il libraio, quello con tanti capelli e gli occhi azzurri, ha preso il libro per passare il codice a barre.

Questo è un romanzo meraviglioso, mi ha detto.

Io mi sono guardata alle spalle, pensando che stesse parlando con qualcuno dietro di me. Ma parlava a me. Il libraio parlava a me! Dopo quindici anni! Ero finalmente entrata nell’Olimpo dei Clienti A Cui Vale La Pena Dare Consigli Di Lettura. Davvero? gli ho chiesto. (Cretina, mi son detta, tu che parli sempre di libri, tira fuori qualcosa di più degno! Stai parlando con un libraio per la prima volta da quindici anni e “Davvero?” è il meglio a cui puoi pensare?)

E lui mi ha guardata negli occhi. Giuro. Brillavano. Una roba mai vista. Certo, mi ha detto. Il migliore in assoluto è Middlesex, ma anche questo è bellissimo. Ti piacerà.

Proprio così, mi ha detto. Ti piacerà. Come se lui lo sapesse, come se mi conoscesse.

Il libro era “La trama del matrimonio”, di Jeffrey Eugenides. Denso, era denso. Impegnativo, e letterario, e tutta la faccenda. E dentro c’era la condizione umana, l’amore, il sacrificio, la letteratura. Il significato. Smontato pezzo per pezzo e rimesso insieme per vedere se si può reinventare. Se anche rattoppato può funzionare. Se una storia d’amore alla Jane Austen può sopravvivere ai tempi moderni. E c’è uno dei finali più coraggiosi che mi sia capitato di leggere.

“La trama del matrimonio” inizia il giorno della laurea dei protagonisti: Mitchell che ama Madeleine, Madeleine che ama Leonard. Copre un anno di strada, di incertezze, di letture, di scelte, di salti nel vuoto. Che poi vivere è questo: saltare nel vuoto. E la letteratura serve a questo: farti capire che si può fare. Che c’è bellezza anche quando si sfascia tutto. Quando tutto viene decostruito.

Sono tornata alla libreria una settimana dopo, esattamente il giorno del mio compleanno, per dire al libraio Avevi ragione! Questo romanzo è formidabile.

Ma il libraio non c’era. Ho comprato “Le vergini suicide”, dello stesso autore. Probabilmente, se tra dieci o venti anni mi chiederanno quali romanzi mi hanno cambiato la vita o hanno influenzato la mia visione della letteratura, risponderò Le vergini suicide.

Nel frattempo, Dio benedica i librai.

(fotografie a cura di aprettybook.com)

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