Lessico Famigliare

La mia scuola elementare era stata un convento di clausura. Di maestre ne avevamo tre, nessuna era una suora (erano andate via da tempo), ma ognuna era speciale. Credo che ogni bambino abbia conservato le proprie maestre delle elementari in un angolo speciale del cuore: le prime persone adulte che abbiamo accolto nella nostra vita al di fuori dei parenti – e per di più, depositarie della conoscenza, di innumerevoli storie.

Quello che era stato il chiostro del convento era diventato per noi un cortile dove giocare a volte durante l’intervallo, e avevamo un grande prato sul retro dove correre durante l’intervallo della mensa e dove, un anno, all’inizio dell’autunno avevamo trovato un vecchio tasso, intontito e spaventato dalle nostre voci, le strisce bianche arruffate sulla schiena. Ma d’inverno, quando non si poteva giocare fuori, le nostre maestre ci radunavano in classe, ci facevano appoggiare la testa sulle braccia conserte “per riposare”, e ci raccontavano storie.

Alcune avevano come protagonista il nano Mamiù (come Maggiore, Minore e Uguale) che la maestra di matematica aveva inventato per insegnarci i simboli matematici. Altre venivano da grandi libri che le maestre tenevano nell’armadio di classe, i nomi familiari delle Fiabe Italiane di Calvino e le atmosfere nordiche dei Fratelli Grimm, o ancora i nomi esotici di Le Mille e Una Notte.

Tra le mie maestre, una faceva la pittrice. Aveva mani piccole cinte da bracciali che suonavano quando le muoveva, capelli quasi rossi e occhi azzurri, luminosi. Profumava di cosmetici costosi e di un altro profumo che non siamo riuscite a identificare fino a molti anni più tardi, quando cercando un regalo per un’amica comune io e la mia compagna delle elementari ci siamo guardate negli occhi un po’ commosse e abbiamo detto: “È il profumo di Lia”.

All’amica abbiamo preso un altro regalo (eppure anche lei veniva alle elementari insieme a noi, è strano come certe cose non si possano condividere), ma il giorno dopo la mia compagna è tornata nello stesso negozio, a comprare il profumo per sé. Le nostre maestre, per noi, sono così, un profumo che si ritrova dopo vent’anni.

La mia maestra pittrice leggeva spesso Gianni Rodari, leggeva con la sua erre un po’ moscia, e leggeva Bianca Pitzorno, che è il tipo di scrittrice che di nascosto sogno ancora di diventare, da grande. E leggeva stralci di Lessico Famigliare di Natalia Ginzburg, che erano raccolti nel nostro libro di lettura.

Il mio amico che scrive per il teatro ama raccontare aneddoti sulle vite degli scrittori italiani di un tempo. Ad esempio, racconta che Cesare Pavese avesse fama di essere gran lavoratore, in Einaudi, ma ciò era dovuto al fatto che la sua scrivania fosse direttamente di fronte a quella di Natalia Ginzburg, che era bruttissima, e quindi per non doverla guardare Pavese lavorava come un mulo senza mai alzare lo sguardo dalla scrivania.

Lessico Famigliare l’ho riletto quest’estate, mille anni dopo aver lasciato le scuole elementari e Lia con la sua erre e il suo profumo. Ho cercato di centellinarlo ma come mi capita sempre con i bei libri non ci sono riuscita, e ho divorato le descrizioni della mia Torino che non esiste più ma a saper dove cercare ancora si trova, in qualche angolo, negli sguardi di qualche persona. O nelle righe di qualche romanzo. E allo stesso tempo, oltre ai viali e ai portici e alle mattine nebbiose d’inverno quando ci si rifugia nei caffè, ho ritrovato un vecchio profumo, una erre un po’ moscia, una lingua che parlavo una volta e che nonostante gli anni ancora mi sembra di riuscire a capire.

La mia maestra pittrice aveva dipinto il mio ritratto. Non vi so spiegare, ma più che i miei lineamenti, lei più di chiunque altro, più di qualsiasi foto, aveva catturato la luce nei miei occhi, il modo in cui sorridevo da bambina. Mi aveva vista. Era quello il nostro lessico famigliare, il suo modo di vedermi, di giocare a briscola con me e di farmi trovare libri e cioccolatini nei pomeriggi in cui mi toccava stare in posa per lei.

Il fascino di Lessico Famigliare sta nel linguaggio, nei riferimenti criptati, nel gergo segreto conosciuto solo agli eletti, ai membri della famiglia. Ma anche io, ogni volta che incontro uno di quei riferimenti quasi segreti, “Io son don Carlo Tadrid, e son dottore in Madrid!” oppure “Il baco del calo del malo”, in realtà io sento leggere Gianni Rodari con una erre un po’ moscia, e vedo una ragazza bionda e una bruna scambiare sguardi commossi in una profumeria.

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2 thoughts on “Lessico Famigliare

  1. Bellissimo post! I profumi e i colori dell’infanzia, la tenerezza delle maestre elementari, le letture ad alta voce. Lessico familiare me lo leggeva mia mamma quando ero piccola. Hai ragione: da rileggere!

  2. …anche questa volta mi hai fato commuovere…..grazie per questi bei ricordi….in quel cortile ora ci porto i miei bambini, a giocare….e quelle storie…le leggo ogni giorno per augurare loro buon lavoro.
    ANche Lia ricordo con affetto….non è stata la mia insegnante…ma guardavo con invidia i suoi alunni….e ho avuto la fortuna di essere stata interrogata proprio da lei durante l’esame di quinta. Ciao Michela!

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