Considerazioni post-conflict

Insomma il corso è andato così, che la paranoia è iniziata quasi un mese prima, perchè il dress code era giacca e cravatta e io che ovviamente non porto la cravatta avevo dubbi lancinanti circa il livello di formalità richiesto per il mio abbigliamento. Per i militari è facile, loro mica devono scegliere come vestirsi, c’è chi sceglie per loro. E quindi ho avuto quello che mi meritavo per aver scelto il corso post-conflict con i militari a Torino invece che il seminario sulla Corte Penale Internazionale a Galway.

Il primo giorno allora ho optato per una gonna a tubino nera e una camicetta bianca, giro di perle intorno al collo, un coprispalle beige che con l’aria condizionata non si sa mai. Infradito ai piedi, scarpe nuove tacco dieci centimetri in mano, pronta per infilarle subito prima di entrare. Scarpe nuove senza calze, insomma, faccio proprio certi errori da pivellina, a volte. Ma almeno i miei tacchi in mano hanno scatenato una certa ilarità, sul tram.

Arrivo nel parcheggio davanti al cancello alle otto meno venti, venti minuti di anticipo. Non esageriamo, ho pensato: mi sono seduta con calma su una panchina un po’ riparata e mi sono cambiata le scarpe. Ho nascosto le infradito nella borsa e, impettita e con passo falsamente deciso, sono entrata.

Nella guardiola mi ha accolto un ragazzino, che ha spalancato gli occhi vedendomi entrare. Cominciamo bene, ho pensato, questo è più spaventato di me. Ho detto il mio nome, il titolo del corso, La stavamo aspettando mi dice ossequioso il tenentino. Per un lungo attimo di panico scartabella tra i fogli sparsi sulla scrivania, trova quello che cercava, segna il mio nome, mi dice vada pure. Non le devo lasciare un documento? Gli dico. Va bene che non ho la faccia minacciosa, ma proprio credermi sulla fiducia all’ingresso in una struttura militare, mi sembra troppo anche per il potere della mia avvenenza. La circolare dice che vi avrebbero distribuito un passi, mi dice. Sì, è vero, ma oggi è il primo giorno. Le devo lasciare un documento? È titubante, il tenentino. Aspetti che chiedo, mi dice. E intanto il mio margine di anticipo si restringe, mentre lui telefona a qualcuno, che conferma la necessità del documento, poi mi tende la mano, della mia carta di identità sembra non sapere che farsene, poi la mette in un registro e mi allunga un passi provvisorio. Mi chiama signorina, qualcuno sembra riprenderlo, si corregge e mi chiama Dottoressa (e vorrei ben vedere). Vada pure, dottoressa, mi dice.

Ok. Dove?

Mai, mai chiedere indicazioni a un militare. Non ti spiega, ti accompagna.

La accompagno, mi dice, e partiamo.

Non so se avete mai avuto l’onore di attraversare i cancelli della Scuola di Applicazione di Torino, detta in gergo la Spianata. È un labirinto.

E quindi siamo partiti, lui mezzo passo avanti a me, il basco in testa così storto e penzolante che a ogni sussulto mi sorprendevo non cadesse. Cerca di fare conversazione, il tenentino, è gentile: ma io sono troppo in ansia e troppo concentrata a ricordarmi la strada per dargli retta. Avanti fino al primo spiazzo, poi all’ambulanza girare a sinistra, attraversare il parcheggio, alla tettoia ancora a sinistra, scendere la scala (di metallo maledizione, con quei bei buchi che van tanto bene per le scarpe col tacco alto), poi seguire il sentiero di ghiaia (ghiaia? C’ho i tacchi, tenè!), bussare alla porta. Attenda qui, mi dice, e scompare. Torna mesto mesto il tenentino, Non è qui, mi dice. Venga, la accompagno (di nuovo). Così ci avviamo, i miei piedi che iniziano a bestemmiare, lungo il sentiero di ghiaia, poi sopra la scala, attraverso il parcheggio, costeggiamo la tettoia, entriamo in un palazzo. L’ascensore è fuori servizio, mi dice il tenentino, ma io nemmeno riesco a pensare che mi aspettano tre piani di scale a piedi, perchè cerco disperatamente di ricostruire nella mia testa una mappa vagamente leggibile della Spianata. E via per le scale, dunque, il tenentino che continua a portare avanti una cortese conversazione – interrotta di quando in quando dall’incontro con un superiore, circostanza che porta il mio sfortunato accompagnatore a scattare sull’attenti in pauroso bilico tra un gradino e l’altro. Arrivati a destinazione, il tenentino viene bruscamente liquidato da un maggiore. Grazie, gli dice, vada pure. Intimidito quanto me, il tenentino scappa e quando mi giro per dirgli “grazie (per avermi fatto sbagliare strada)” è già scomparso, e il maggiore mi saluta. Con un gran sorriso. In inglese. Che a me fa comunque piacere, quando la gente mi prende per straniera e mi parla in inglese, e io posso rispondere con aria accondiscendente Guardi che sono italiana. Ma stavolta, galvanizzata dal Dottoressa profuso dal tenentino, ho detto Guardi che parlo italiano. Tanto per lasciargli il dubbio.

Ma me la sono goduta poco.

Perchè quando mi sono affacciata sulla porta, ho visto che l’aula era già praticamente piena. Di uomini. In divisa. Età media oscillante tra i trentacinque e i quarantacinque.

Hanno trattenuto il fiato all’unisono. Giuro.

Oddio, ho pensato. Adesso torno a casa.

Invece sono entrata.

Annunci

One thought on “Considerazioni post-conflict

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...