Tutti mi chiamano bionda

Leggenda vuole che nella notte tra l’uno e il due luglio del 1961, Papa Hemingway avesse chiesto alla moglie Mary di cantare per lui una canzone che avevano imparato durante uno dei viaggi in Italia. Si dice che Papa si fosse unito a Mary nel canto, prima di salutarla con un bacio e con le parole “Goodnight, my kitten”. All’arrivo dell’alba, Papa si è alzato dal letto senza fare rumore. Ha preso un fucile, e si è ucciso sparandosi alla tempia. La canzone che cantava era una canzone tradizionale italiana, Tutti mi chiamano bionda:

Hemingway mi ha accompagnata da vicino durante quest’anno. Leggere le sue parole, e le parole scritte su di lui, era come portare con me a Trento un pezzo di Parigi, di Madrid, di Cuba, dei laghi sperduti del Michigan, di Venezia, di Pamplona. Casa mia, piccola e piena zeppa di libri, diventava improvvisamente grande e ariosa e sentivo il profumo del mare e del vino, gli scoppi dei fucili e delle granate, il sole dell’Africa, il rumore degli zoccoli del toro. Nei minuscoli ritagli di tempo che riuscivo a rubare a occupazioni che i miei capi ritenevano più degne, leggevo di nascosto le sue parole taglienti e ancora mi meravigliavo, anche all’ennesima rilettura, di quanto colpissero forte.

Ad esempio in un racconto come The Killers, citato persino da Lansdale nei suoi consigli di lettura, che avrebbe quasi potuto diventare una canzone di Springsteen: Nick Adams sente per caso che due assassini stanno cercando un uomo, e corre ad avvertirlo di mettersi in salvo. Ma lui, stanco si scappare, sta seduto ad aspettarli. E tu alla fine ti aspetti quasi di leggere “Well, sir, I guess there’s just a meanness in this world“.

Per la prima volta quest’anno ho finito di leggere Addio alle Armi, che avevo iniziato un milione di volte senza avere il coraggio di leggere fino in fondo. L’ho finito una notte di febbraio, seduta tutta storta nel letto che io a leggere comoda non sono proprio capace. Ho chiuso il libro e l’ho appoggiato al comodino e me lo sono sentito dentro come un peso, come un dolore mio personale, talmente teso e asciutto che non sono riuscita nemmeno a piangere. Se io riuscissi a raccontare i miei dolori così, li renderei universali. Comprensibili. Ma d’altronde, anche a me tutti mi chiamano bionda, ma io non sono Hemingway.

Ho letto romanzi in cui lui era uno dei personaggi: Adios Hemingway, perfetto per la spiaggia; Quell’estate a Parigi, gioiellino di Morley Callaghan difficile da trovare ma che vale assolutamente la pena (specie se, come me, non prevedete vacanze) per lasciarsi trasportare nella Parigi anni Venti, la stessa che è stata scopiazzata con garbo da Woody Allen. Ho visto anche il film di Woody Allen, ho sbarrato gli occhi quando Scott e Zelda si sono presentati e il cuore mi ha perso un battito quando è successo questo. Ho letto e vi consiglio con tutto il cuore Una moglie a Parigi, di Paula McLain, dove gli anni di Parigi e il primo matrimonio di Hemingway sono raccontati attraverso gli occhi di Hadley, la prima moglie, a cui Hemingway dedicherà negli ultimi anni di lavoro quella splendida lettera d’amore che è Festa Mobile. Il romanzo finisce male e Hadley lo afferma senza falsi pudori fin dall’inizio: ma l’amore quasi travolgente, poi il tradimento, poi la disperazione di cercare di raccogliere i pezzi di qualcosa che si è già irrimediabilmente rotto, tutto è trattato con estrema grazia e il libro è davvero un regalo.

Anche a me tutti mi chiamano bionda, e io per certi versi bionda lo son davvero e per altri invece lo uso come alibi. A me piace ricordarlo cosi, Hemingway, abbronzato e sorridente; pensare che se ci fossimo incontrati davvero gli avrei permesso di spezzarmi il cuore, come fa ancora adesso con le sue parole.

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