Nati per correre

Le ultime sul concerto di Bruce, promesso. Ma vedete, mi sento quasi obbligata a parlarne adesso, nonostante sia passato quasi un mese: tutto è accaduto così in fretta che non ho quasi avuto il tempo di accorgermene, di viverlo del tutto, di assaporarlo. La sera del concerto sono arrivata a casa alle tre meno un quarto del mattino, perchè avevamo parcheggiato lontano e ci abbiamo messo un sacco di tempo prima di arrivare alla macchina, naufraghi nella folla di springsteeniani con gli occhi sbarrati e l’adrenalina ancora a mille. Tre meno un quarto a casa con le orecchie che ancora ronzavano e la pelle che quasi bruciava, e la mia sveglia avrebbe dovuto suonare alle sei meno un quarto ma la sera prima l’aveva usata mio fratello e l’aveva spostata avanti di tre ore. Alle sette e cinque ho aperto un occhio, uno solo, e ho visto la lancetta lunga avanzare inesorabilmente verso il punto di non ritorno, il ritardo non recuperabile. Ci ho messo qualche secondo a convincermi che erano davvero le sette e cinque, io che avrei dovuto essere sull’autobus alle sette MENO cinque e invece, dieci minuti dopo, ero ancora nel letto. Sono schizzata fuori dalla stanza buttando a terra la camicia da notte, ho infilato il vestito al volo e i miei poveri piedi sanguinanti, per pietà, in un paio di ballerine. Trucco e parrucco più veloci del mondo, afferro il badge e sono sul tram prima ancora che il mio stomaco si possa accorgere che non ho fatto colazione. La lezione avrebbe dovuto iniziare alle otto e quindici. Sono entrata in aula alle otto e quattordici, dopo aver percorso tratti della Spianata correndo (quando nessuno mi vedeva) e tratti camminando nel vano tentativo di darmi un tono quando incontravo qualcuno – Buongiorno Dottoressa, Buongiorno Colonnello, rossa in viso e gli occhi mezzi addormentati, lo stomaco vuoto senza nemmeno una traccia di caffeina, Bruce ancora sotto la pelle. Il maggiore Cantarella (ovviamente non è il suo vero nome, ma questa ve la racconto poi) stava già di vedetta sulla porta, otto e quattordici per carità, mi ha detto Stai tranquilla, non sei l’ultima. Mi sono accasciata sulla sedia sentendo ancora nelle orecchie

‘You’ve just seen…the heart-stopping, pants-dropping, house-rocking, earth-quaking, booty-shaking, Viagra-taking, love-making –
Le-gen-dary E – Street – Band!”

Velocemente ho rubato un sorriso a chi era seduto davanti a me, e in un secondo ho dovuto bandire Bruce dalla testa per tornare ad occuparmi del ruolo della NATO nelle operazioni di stabilizzazione e ricostruzione post bellica. Il pomeriggio seguente avrei preso il treno per Trento per dare un esame su tutt’altro. C’era troppo poco spazio per Bruce.

Per questo adesso riascolto in sottofondo il concerto di Milano e cerco di farmi una ragione di quello che ho visto e sentito quella sera. Che la gente ti dice La magia non esiste ma non lo sanno, loro, che cosa sia la magia perchè a un concerto di Bruce non ci sono mai stati.

E insomma la prima parte del concerto si è conclusa lasciando spazio al nuovo cd, prima con We are alive, una sorta di personalissima Spoon River degli anni Duemila, con i morti sulla collina che reclamano attenzione cantando ciascuno la propria storia; poi con una trascinante Land of Hope and Dreams, che dopo Peer Gynt che accompagna in slitta la madre nell’aldilà è la più bella metafora della morte che io abbia sentito nella mia vita.

Poi si sa, che i concerti di Bruce non possono finire prima che si suoni Born to Run, quindi ci aspettavamo ancora qualcosa. Ma solo qualcosa: non le altre dieci (dieci) canzoni che Bruce è riuscito a tirare fuori dal cappello magico della E Street Band. E quindi nemmeno scende dal palco, Bruce, e ci chiede Siete pronti? come se dopo tre ore di concerto avesse ancora dei dubbi, bontà sua, Siete pronti? Certo che siamo pronti, siamo nati pronti, siamo nati per correre, e allora via a correre attraverso Born in the USA (anche questa non l’avevo mai sentita dal vivo) e Born to Run, che io Born to Run dal vivo non ve la posso spiegare, una dietro l’altra senza nemmeno il tempo per respirare, solo il tempo di correre verso il posto dove vogliamo veramente andare e dove cammineremo nel sole, ma fino ad allora vagabondi come noi, baby, noi siamo nati per correre.

Pensavamo che fosse arrivata la fine, a questo punto. Io e mio fratello ci siamo guardati, Ma non la fa…? E non abbiamo nemmeno fatto in tempo a formulare il pensiero, a dire quale canzone avremmo voluto sentire che non aveva suonato, e one two three four incomincia Cadillac Ranch a esaudire una richiesta dagli spalti, e poi Hungry Heart, e poi Bobby Jean. Ed è una rincorsa verso la fine, avete capito che cosa vuole dire Bruce quando dice che siamo nati per correre? Corriamo dentro un fiume di musica e di emozioni che sembra sempre essere sul punto di finire e di sfuggirti dalle mani e invece non finisce e non ti abbandona mai.

Su Dancing in the Dark Bruce raccoglie un cartello che dice Please let me dance with Jake, il sassofonista nipote del leggendario Clarence, così tira su la ragazza, novella Courtney Cox, che senza fare una piega attraversa di corsa tutto il palco, si struscia un po’ su Jake (e come biasimarla). Poi Bruce le fa una faccia come dire Scusa sai, ma a me niente? Il Boss sono io! Allora lei scendendo corre incontro a Bruce e… gli salta in braccio. Giuro. Tipo koala, braccia intorno al collo e gambe intorno alla vita (maledetta, quanto ti ho invidiata). E lui la prende al volo (sessantadue anni, avete capito), e se la porta tra le braccia fino alla fine del palco, e la riconsegna all’abbraccio di San Siro.

Tenth Avenue Freeze-Out inizia nel delirio del pubblico e si blocca a metà, nel silenzio quasi religioso dello stadio, quando Bruce dice State attenti che questa è la parte importante e poi canta A change was made uptown, and the Big Man joined the band mentre gli schermi alle sue spalle proiettano foto di Big Man, quello vero, che un anno fa si è unito a un’altra band, e San Siro esplode in un grido di saluto. E Bruce, lui non finisce mai, tira fino alla fine di una lunghissima Twist and Shout che ti vien quasi da pensare che debbano sparargli dei tranquillanti per farlo scendere finalmente dal palco. E noi rimaniamo lì, sessanta o settantamila, improvvisamente orfani, quasi soffocati dall’emozione quando a fine concerto ci ricordiamo di ricominciare a respirare. Che è ora di uscire, di tornare a casa, alla vita normale. Ma la vita un po’ ti cambia, secondo me, dopo un concerto così.

Poi se vi devo dire il momento esatto in cui il mio cuore è diventato Hungry, non saprei nemmeno più collocarlo cronologicamente all’interno del concerto. Ma è stato il momento in cui, verso la fine, Bruce si è sbottonato il gilet. Poi si è tolto la cravatta. Poi si è sbottonato la camicia.

Poi ha preso tra le mani il colletto della t-shirt.

E l’ha strappata.

Ve lo giuro. Ho visto i peli del petto di Bruce Springsteen. Che a quell’età, chiunque altro sarebbe stato ridicolo, nel migliore dei casi. Ma lui, miseriaccia. Lui è quello che noi, nati per correre, stiamo rincorrendo.

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One thought on “Nati per correre

  1. Questo era di nuovo un po’ morozziano (un neologismo, lo scrivo per gli altri lettori, che usiamo per dire delle peripezie che lo springsteeniano affronta per vedere il boss dal vivo). Ora che la trilogia é completa (bella davvero) vien voglia di vederne subito un altro, di concerto…

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