Bring on your wrecking ball

Come si può descrivere un concerto di Springsteen? Per chi non ci è mai stato, non è possibile comprendere la magia soltanto attraverso le parole (per quanto uno possa essere bravo a scrivere). Per chi lo ha visto, nessuna combinazione di parole in nessuna lingua può eguagliare – che dico eguagliare, nessuna combinazione di parole può anche solo pensare di richiamare alla mente un’emozione simile. Per me, la descrizione migliore del concerto di San Siro è contenuta in questo commento: “Io quando è finito volevo andare subito di corsa a donare il sangue. In qualche modo dobbiamo ricambiare i doni che ci arrivano…”. Qui c’è tutto quello che dovete sapere, e anche il riferimento al donare il sangue non è casuale: avrebbe potuto dire, che ne so, portare pacchi di pasta alla Caritas, o offrirsi volontari per ripulire il Valentino dopo una festa, o andare a trovare gli anziani soli in ospedale. Ma no, ha detto “andare a donare il sangue” perché non c’è niente da fare, con Bruce è davvero una questione di sangue. Blood brothers.

Partiamo dalle cose negative, che poi sembra che io non sappia essere imparziale: si sentiva malissimo. Ma proprio una roba pessima, che forse sarei riuscita io a settare i suoni meglio di così. Forse era solo il riverbero, forse era il punto in cui stavamo seduti, non lo so.

Una volta tanto, ho vinto io il toto-apertura: dopo la Summertime Blues del 2008, che non conoscevo, e quella perla meravigliosa di Loose Ends a Torino nel 2009, con la scenetta iniziale in dialetto piemontese, Bruce ha scelto l’apertura classica con il pezzo di punta del nuovo album, We take care of our own. Che se in radio la senti e pensi Beh, carina, allo stadio SPACCA. Perché i concerti nei teatri saranno anche intimi e raccolti e magari a guardare Bruce negli occhi in un teatro ci riesci davvero, ma in uno stadio sei parte qualcosa di più grande di te. Sei una famiglia di centomila voci, centomila respiri, centomila battiti del cuore. Chissenefrega se si sente male, quando puoi sentirti vivo.

La prima sorpresa è stata My city of ruins, introdotta e poi interrotta da un discorsetto in italiano. E a parte la battuta su Patti che è rimasta a casa con i figli, il momento davvero toccante è stato, per me, quando Bruce ha chiesto “Manca qualcuno?” ed è stato come a certe cene di famiglia, le prime dopo che un parente è mancato. Senti il posto vuoto e non osi dirlo, ma poi sei quasi sollevato quando qualcuno invece ha il coraggio e lo dice e ci fa magari un brindisi. “Posso sentirli nelle vostre voci”, ha detto Bruce, e non c’è modo migliore di ricordarli. Su Jack of all trades, una delle canzoni più forti dell’ultimo album (If I had me a gun, canta Bruce, I’d find the bastards and shoot ‘em on sight) Bruce torna con un italiano zoppicante ma convinto, il pensiero a chi ha perso il lavoro e a chi si è trovato tutto il resto sepolto sotto le macerie del terremoto. Poi Candy’s Room, che a me fa impazzire, un crescendo velocissimo che esplode in un grido di desiderio. E poi, Darkness, che nemmeno ve lo devo dire, per me è l’album migliore di tutti. Ci siamo scambiati uno sguardo incerto, io e mio fratello, abbiamo pensato: ha già fatto Badlands, Candy, Darkness – Promised Land non la farà. Peccato, ci siam detti, e siamo stati subito distratti da Johnny 99 che in versione Nebraska ha il suo perché, indossa l’eco dei fantasmi che la abitano, e questa idea attualissima dell’uomo che perde il lavoro, tenta una rapina e viene condannato a 99 anni, poi chiede al giudice di condannarlo a morte; ma in versione E Street Band, ma volete mettere? Ma mi ci devo mettere io a spiegarvelo? Se non siete convinti, guardate da voi.

Uno dei momenti che mi sono piaciuti di più è stato questo, che sentir dire “the E Street Band fucked up big time” non è roba da tutti i giorni. Anche gli dei del rock sbagliano l’attacco, a volte. E No Surrender, che ve lo dico a fare.

Che poi a volte sembra persino che Bruce ti legga nel pensiero, ad esempio quando nonostante i nostri pronostici un po’ pessimisti ci ha graziati con una trascinante The Promised Land. Ed erano già quasi due ore di concerto, e io ero senza voce già da quattro o cinque canzoni, e pensavo più di così non può fare, meglio di così non potrebbe mai essere, il cuore umano non può fisicamente contenere tutta questa emozione senza esplodere, quando Bruce si è seduto al piano.

Dovete sapere che in casa mia c’è una situazione delicata, a proposito dei concerti di Springsteen. Una specie di faida personale, tra Bruce e mio papà. Insomma prima di ogni concerto mio papà dice: Se non fa Thunder Road, non ci vado più. Poi Bruce non la suona mai, e allora mio papà la volta dopo dice: Se stavolta non fa Thunder Road, vado a tutti i concerti finchè non la fa. E si ricomincia. Quindi vi lascio immaginare l’elettricità, quando Bruce si è seduto al piano.

Poi lo chiamano il Boss perchè decide sempre lui, e ti sorprende sempre. E così invece di suonare Thunder Road, (o For You, che io e Davide speravamo) ha ribaltato le carte in tavola. Ha suonato una perla, la sorpresa definitiva: The Promise. Che è stata la colonna sonora del mio trasloco a Trento, che da sola si meriterebbe un post intero, tutto per lei.

(Vorrei attirare la vostra attenzione sulla voce in sottofondo che dice “No, merda, muoio se fa The Promise”. Chiunque l’abbia detto, vale lo stesso appello che ho lanciato al tizio con Bruce tatuato sul braccio: scrivimi!)

E vogliamo parlare di The River? Io non l’avevo mai sentita dal vivo, ed è stato il primo testo di Springsteen che mi sono andata a cercare e che ho tradotto dall’inglese. Forse avevo quindici anni, l’avevano passata in radio e non è servito altro: ero già irretita, promessa a Bruce, con il mio inglese titubante che ancora mi faceva faticare. Di concerto ne ho già visto qualcuno nella mia breve (?) vita, ma non mi era mai capitato di sentire una canzone lenta cantata con così tanto trasporto e intensità da uno stadio intero, tanto da eclissare persino la voce di Bruce. Questo è lo scopo del rock, farti sentire vivo dentro altre centomila voci. E ho quasi finito le parole che conosco, posso solo dire: è stato bellissimo.

E adesso mi fermo, che con il post più lungo della storia sono arrivata a poco più di metà concerto. Ma vi rendete conto, anche solo lontanamente, a quale spettacolo EPOCALE abbiamo assistito?

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8 thoughts on “Bring on your wrecking ball

  1. Su my city of ruins devo dire che dopo quella che ha fatto a Torino 2006 (pala isozaki), da solo sul palco, con una chitarra acustica, nel silenzio del pubblico…. ecco dopo quella nessuna mi fa più effetto. Comunque grande articolo, come ti ho già detto.

  2. credo per per molti la prima canzone tradotta/cantata/di cui si è imparati le parole sia the river. anche per me, naturalmente 🙂 (poi candy’s room…)

    grazie di aver scritto quello che hai scritto…

    1. La mia è stata “Cadillac Ranch” e “Born to Run” e “Bobby Jean” (che per inciso al concerto mi ha fatto piangere!) e poi…..okkey okkey la smetto! Gran bell’articolo…io Bruce ce l’ho tatuato nel cuore: vale lo stesso l’appello?

      1. Decisamente l’appello vale lo stesso 🙂 e ti confesso che anche a me Bobby Jean ha commosso. Credo che faccia questo effetto perché il tema che tocca è davvero universale: tutti abbiamo un amico/a che teniamo stretto nel cuore ma che la vita ha portato a crescere in una direzione diversa dalla nostra, quindi quando Bruce canta di Bobby Jean ci sentiamo un po’ tutti chiamati in causa. O magari è solo che il Boss è il Boss.

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