Caro Bruce, stiamo arrivando

Il punto è che in queste settimane mi sono successe troppe cose. Talmente tante, che persino Bruce per un attimo mi è scivolato via dalle mani. A me, capite, che volevo andare a sentire tutte e tre le date italiane, persino sotto la pioggia torrenziale di Firenze, e invece.

Il primo dato fondamentale che dovete conoscere, per capire del tutto il significato di questo concerto e del mio prolungato silenzio a riguardo, è che stavo frequentando un corso. Intenso, di quelli che durano dal mattino alle otto al pomeriggio alle cinque. E che era pieno di militari. I dettagli teniamoli per un’altra volta. Ma giusto per capire l’atmosfera: il mercoledì sera abbiamo avuto una “ice-breaking dinner” con tutti gli altri partecipanti al corso. Abito elegante, tacco dodici (sia maledetto nei secoli chi ha deciso che le donne, per essere eleganti, devono portare scarpe col tacco), ora di arrivo a casa: circa l’una e mezza. Sveglia il mattino dopo: circa sei meno un quarto. Per dire.

Il mattino dopo era IL GIORNO. IL 7 GIUGNO. Ho infilato i miei piedi sanguinanti in un paio di sandali morbidi, tacco otto centimetri invece che dodici, e bestemmiando in turco e con un cambio di vestiti nella borsa mi sono avviata a lezione. Fremendo, con Bruce nel cuore e nel retro dei miei occhi già stanchi.

Allo scoccare delle cinque meno un quarto ero già in posizione di assalto. Il generale non aveva ancora finito di dire “see you tomorrow” che io ero già a metà strada verso il bagno (poi ve la racconto, quella dei bagni), e non erano ancora suonate le cinque che io ero già alla fermata, il tram in avvicinamento. Mio padre e mio fratello mi aspettavano in macchina alla rotonda di piazza Derna, già in costante collegamento telefonico con l’altra parte del gruppo che già faceva coda a San Siro. Siamo schizzati in autostrada alla velocità della luce, arrivati a Milano appena un’ora dopo. Dando prova di invidiabili abilità contorsioniste mi sono cambiata in auto, senza nemmeno slacciare la cintura di sicurezza. Mi sono fasciata i piedi ancora sanguinanti, ho bestemmiato in ungherese infilando le ballerine, e siccome abbiamo parcheggiato lontanissimo mi sono rassegnata a zoppicare a ritmo sostenuto per quei due o tre chilometri che ci separavano dallo stadio. Ma vedete, nemmeno lo sentivo più, il male ai piedi: Bruce era già nell’aria. Stavamo respirando lo stesso pesante smog milanese. Poco più di un’ora e i nostri sguardi finalmente si sarebbero incrociati. (Ovviamente no, but a girl can dream).

La camminata verso lo stadio, per noi schiavi del sistema che gli appostamenti non ce li possiamo permettere a differenza del Morozzi, è già parte del rito: i fan li riconosci dal passo spedito, l’occhio speranzoso e già un po’ lucido, la voce emozionata quando ti chiedono “per San Siro da che parte?” e tu gli rispondi Boh, segui la folla, tanto andiamo tutti di là. Poi, oltre gli sciami di fan, iniziano ad apparire i paninari, poi i venditori di gadget, poi i bagarini. Poi San Siro si svela nella sua maestosità di tempio del rock per una sera, le ragazze fuori dai cancelli iniziano a distribuirti giornaletti con la foto sbiadita di Lui in copertina. “Ma quanti ne prendi?” mi ha chiesto mio fratello dopo che ho accettato la terza o quarta copia dall’ennesima ragazza annoiata. “Uno per me, uno da portare a Trento, una foto magari la ritaglio e la metto in ufficio, il tuo tanto te lo perdi e poi lo chiedi a me, quindi vedi che i conti tornano” gli ho risposto.

Quando siamo arrivati, forse nemmeno un’ora dall’inizio del concerto, i cancelli erano intasati dalle code. Chilometriche, vi dico. Noi, come al solito, abbiamo fatto gli italiani e fingendo di cercare Davide (una di quelle scene stile “conoscete Sergio?”) abbiamo tagliato senza pudore e siamo entrati in trenta secondi netti. Poverini, abbiamo anche avuto il coraggio di dire, Non riusciranno mai ad entrare in tempo.

E in effetti lo stadio era ancora mezzo vuoto (buon per me, che per rimanere fedele alle tradizioni mi sono catapultata nel bagno dei maschi – quello delle femmine nemmeno era segnalato, che dovevo fare, tenermela? Per tre ore e quaranta?). I tecnici delle luci iniziavano già ad arrampicarsi con le loro scalette, che mi terrorizzano e mi affascinano allo stesso tempo. Che figata dev’essere guardarsi un concerto da lassù? Mi sono guardata intorno a lungo, cercando il tizio che avevamo incontrato quattro anni fa sempre a San Siro, quello con la faccia di Bruce tatuata sul bicipite (ve lo giuro). Certo San Siro è grande, e che possibilità c’erano? Ma Bruce fa miracoli, magari lo vediamo di nuovo, pensavo. Avrei voluto fargli una foto. Tizio con la faccia di Bruce tatuata sul braccio, se leggi questo post, mettiti in contatto. Sono quattro anni che penso a te.

(foto P.M.)

Un lenzuolo appeso alle transenne chiedeva a Bruce di suonare “Ramrod”, un altro “Cadillac Ranch”. Mi è sempre piaciuta questa cosa di Bruce, che legge i cartelli del pubblico e a volte suona a richiesta, come un jukebox. Davide guardava sospettoso i miei piedi fasciati e i miei sbadigli sempre più frequenti. “Guarda che devi essere in forma, per Bruce” mi aveva ammonita giorni prima. E io avevo provveduto a botte di Acutil e innumeri caffè gentilmente offerti dal mio personale testimonial Nespresso, per l’occasione soprannominato “What else?” dai compagni di corso. Tra l’emozione per il concerto e lo strascico della overdose di caffeina, non sono nemmeno riuscita a buttar giù un panino intero (con gran gioia di padre e fratello, che hanno provveduto a spazzolare gli avanzi).

E poi in un attimo sono diventate le otto e quaranta e della gente ha cominciato a salire sul palco e io, che ero senza occhiali, mi sono accorta che era la E Street Band perché lo stadio si è messo a urlare. E il resto, ve lo racconto dopo.

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