Ottomila parole

In queste settimane mi trovo a passare circa quattordici ore al giorno davanti ai pc della sala dottorandi. Mi piace chiamarlo ufficio ma è solo una stanza con qualche scrivania e qualche computer in cui andiamo per studiare e scrivere, presumibilmente in tranquillità. Non abbiamo nemmeno una postazione fissa se non per un accordo tacito tra di noi che puntualmente viene violato. Allora iniziamo a farci i dispetti, come i bambini, cambiando le password o lasciando oggetti personali per marcare il territorio. Considerando il livello di certi soggetti (ad esempio quello che CONTINUA  A TIRARE SU CON IL NASO, E SOFFIATELO MALEDIZIONE), non mi stupirei se qualcuno iniziasse a marcare il territorio come fanno i cani: semplice ed efficace.

Insomma le quattordici ore sono dovute al fatto che entro il 31 di maggio io e i miei colleghi del primo anno dovremo consegnare una relazione di ottomila parole, nel mio caso sul ruolo delle istituzioni secondo diverse teorie dell’integrazione europea (che noia mortale, mi viene la nausea solo a scrivere il titolo). Ottomila parole, perchè noi italiani che siamo primi della classe solo nell’arte di fregare il prossimo definiamo la lunghezza in numero di pagine (e via a sbizzarrirsi con carattere corpo 16, margini di cinque centimetri, interlinea quintupla eccetera). Gli anglosassoni, che sono gente seria, loro ti dicono il numero di parole, quindi puoi scrivere grande e largo quanto vuoi, ma non puoi scappare. Ottomila parole sono tante, specialmente se si tratta di argomenti di cui non ti potrebbe fregare di meno neanche a impegnarti. Quindi (a parte una collega molto intelligente che quindi non ha problemi, e una sulla quale abbiamo il dubbio: o è molto brava a organizzarsi o se ne sbatte allegramente) quattro di noi vivono con le dita attaccate alla tastiera e gli occhi incollati alla funzione word count di Word.

Non vi dico lo stress.

Ma siamo ingegnosi, e alla sera verso le dieci, dieci e mezza, dopo la dodicesima ora consecutiva di ufficio, dopo due pasti alla mensa universitaria (che non posso nemmeno iniziare a descrivere), dopo cali vertiginosi di zuccheri, flebo di caffeina eccetera, lì ci vengono le idee geniali.

Tipo: proviamo uno di quei programmi tanto pubblicizzati dagli autori americani che ti tolgono ogni distrazione (come no) e contano automaticamente le parole, e ti puniscono quando ti distrai e ti ricompensano quando fai il bravo e scrivi tanto.

Ad esempio, Write or Die è un sito gratuito, al quale non ci si deve nemmeno registrare, che ti permette di impostare il numero di parole che vuoi raggiungere e il ritmo che vuoi mantenere, ad esempio, “non mi devo interrompere per più di cinque minuti”. Allo scadere del quinto minuto in cui non hai scritto nemmeno una parola, lo schermo comincia a colorarsi di rosso. Poi lampeggia. Poi inizia a fare un rumore fastidioso, come un allarme. Poi, se hai optato per la versione “kamikaze”, inizia a cancellare a ritroso le ultime parole che hai scritto, forzandoti a ricominciare. (Ok, non è che si produca grande prosa così sotto pressione, ma intanto sei obbligato ad andare avanti). Il problema è che quello che si scrive non viene salvato da nessuna parte, quindi se non si copia e incolla altrove si rischia di perdere tutto.

Altro esempio (che io preferisco, sono per i metodi soft) è 750words.com. Qui ti devi registrare (ma puoi mettere dati falsi) e l’idea di base è che per mantenere una buona disciplina nella scrittura dovresti scrivere almeno 750 parole al giorno, tutti i giorni. Quello che scrivi viene salvato automaticamente, ma rimane assolutamente privato e protetto da password personale. Il sito è semplicissimo, bianco e senza distrazioni, con un contaparole automatico. Quando arrivi a 750, una nuvoletta verde ti dice “congratulazioni”. E poi, ti premia. Ad esempio, se scrivi 750 parole per tre giorni di fila, ti regala un badge con un tacchino. 5 giorni, un pinguino. Se per 10 giorni scrivi 750 parole di fila senza interromperti, un criceto. E via così. Ok, lo so che è stupido, ma con me le gratificazioni funzionano meglio delle punizioni.

E di parola in parola, alla fine di questa maledettissima relazione avrò accumulato uno zoo, sul mio pc. Sfido chiunque a rubarmi il posto.

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