Roberto Saviano mi ha rubato la penna

Per non smentire la mia abitudine di arrivere sempre con un paio di giorni di ritardo, vi racconto un’altra delle cose che sono successe al Salone (che è finito quasi una settimana fa, ormai.) Questa:

E poi questa:

Come la maggior parte delle cose significative che mi capitano, non me ne sono quasi accorta fino a che non era praticamente finita. Ho realizzato tutto quando ho dovuto raccontarlo. È successo così:

Stavo passeggiando per il Salone con mia mamma. Avevamo visto quello che volevamo vedere, avevamo votato per il Presidente della Repubblica della Cultura, avevamo provato a entrare nella Sala Rossa per sentire Luciano Canfora, per il quale ho una cotta accademica dai tempi del liceo, ma non ci eravamo riuscite. Stavamo perdendo tempo in attesa di riuscire ad accettare che, per noi, il Salone quest’anno era finito. A un certo punto, uno sciame di fotografi. Un gruppo di energumeni quasi abbracciati intorno a un piccoletto. Qualcuno di famoso? ci siamo domandate. Poi ho visto le luci del Lingotto riflettersi su una testa pelata. Sarà mica Saviano? ho detto.

Avete presente ai concerti negli stadi quando aprono i cancelli e la gente inizia a correre per arrivare il più possibile vicino alle transenne? Oppure la festa del vino nuovo a Caluso, quando per le strade c’è talmente tanta gente che non puoi andare dove vuoi, devi andare dove ti porta la folla. Stretta nella morsa delle groupies, sono arrivata al centro dello stand di Feltrinelli, a un metro da Saviano. Due ragazzine davanti a me, avranno avuto diciassette diciotto anni, truccate con colori accesi, erano a un passo dalla crisi isterica. Come reagirei io se a un metro da me ci fosse Springsteen (nella mia testa immagino di essere molto cool, certo sarai anche il Boss, whatever, ma quando mi sento onesta so che le uniche due opzioni sarebbero il soffocamento e la pipì nei pantaloni). Si facevano aria con i volantini, pressate tra la folla e la scorta, Facciamoci fare l’autografo dice una, Non ho niente da farmi firmare ribatte l’altra, Il biglietto! Il biglietto! ma maledizione non hanno una penna. Così, con la scarsa eleganza consentita dalla circostanza, sgomitando tra le groupies tiro fuori una penna dalla borsa e gliela porgo. Strilli di eccitazione, ringraziamenti commossi. Appena avanti a me, Saviano prende la mia penna dalle mani tremanti della ragazzina e inizia a firmare copie dei suoi libri, diari, biglietti di ingresso. E a un certo punto è davanti a me. Quasi schiacciato. Ha gli occhi stanchi ma lo sguardo penetrante, è pallido e non credo che sia solo dovuto all’effetto delle luci poco lusinghiere del Lingotto. Sorride ed è un sorriso strano, quasi spaventato, incredulo. Mi tende la mano e io tiro fuori dalla tasca dei jeans il mio biglietto spiegazzato. Prende la mia mano nella sua come una conchiglia, per appoggiarsi, scrive il suo nome in una calligrafia che non riuscirei mai a decifrare, mi guarda di nuovo negli occhi, sorride spaventato e la folla mi ha già inghiottita ed espulsa. Mi dispiace per la tua penna, mi dice la ragazzina. Non importa, le rispondo, almeno è messa a buon uso. Magari è anche vero. Intanto, nella foto 11, la penna che vedete è la mia.

Mediamente, Roberto Saviano non è in cima ai miei pensieri, anzi. Ma in questi giorni dopo l’incontro al Lingotto ci ho pensato tante volte, leggendo i commenti alla trasmissione con Fazio (che non ho potuto vedere, maledetto dottorato), leggendo i commenti post-Salone. Abbiamo un bisogno di eroi talmente disperato che non riusciamo a vedere le persone dietro i personaggi. Attacchiamo sulla loro faccia le nostre aspettative, le nostre delusioni, pretendendo che se ne facciano carico solo perchè loro stanno davanti alle telecamere e noi no. È facile essere fan di Saviano, ed è facile detestarlo come fenomeno mediatico. Ma l’unica cosa che io ho visto guardandolo negli occhi è stato un ragazzo più o meno della mia età, stanco e spaventato. Quando diciamo “restiamo umani”, al di là delle solite, scontate polemiche, vuol dire anche questo: consideriamo la dimensione umana prima di quella mediatica.

Per me, Roberto Saviano è un trentenne che mi ha rubato la penna. E la cosa che mi fa rodere di più in assoluto, è che la penna non era nemmeno blu.

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