La mia gloria fu avere simili amici

Manca poco. Meno di un mese. Sta per iniziare il Salone del Libro 2012 (scusate, sono torinese, non specifico nemmeno che si tratta del Salone di Torino: per me ce n’è uno solo).

Personalmente, sono in fibrillazione.

Così, torno agli acquisti dell’anno scorso e ai vecchi amori che li hanno ispirati. Mi lascio trasportare sui treni del West insieme allo “zio Walt” Whitman e ai suoi diari di viaggio. Torno finalmente in Irlanda, che a volte mi sembra di essere cresciuta così tanto da essermela lasciata alle spalle e invece, quando sono distratta, mi prende per mano all’improvviso e mi stringe forte e mi toglie il respiro.

Oggi ho finito di leggere “Il più felice dei poeti“, di William Butler Yeats, edito da Mattioli 1885 (fatevi un giro nel loro catalogo, è un gioiellino). Si tratta di una raccolta di saggi brevi, lettere, stralci di diario in cui Yeats parla di suoi colleghi artisti e scrittori, irlandesi e non, ricreando uno splendido spaccato della vita letteraria a cavallo tra il Diciannovesimo e il Ventesimo secolo. Così, ad esempio, in una lettera Yeats dice a George Bernard Shaw: “Scoprirai che tutto ciò che c’è di vivo a Dublino – e Dublino è piena di fermento in questo periodo – è qui riunito, e ci metteremo a parlare, se ne avrai voglia.” Da giovane autore, scrive a uno dei suoi idoli, Stéphane Mallarmé, concludendo la lettera con un fiducioso “Non disturbatevi a rispondermi, riusciremo in qualche modo a incontrarci.” (Non ci sono riusciti).

In seguito alla pubblicazione della splendida poesia “The Lake Isle of Innisfree“, Yeats riceve un appassionato elogio, concluso con le parole “vi sono grato”. Proviene da Robert Louis Stevenson. Come ringraziamento, Yeats scrive queste parole riferite al romanzo L’isola del tesoro, uno splendido complimento per uno scrittore: “Mi sbalordisco per questo tipo di voce, quella che è in grado di deliziare studiosi e  spiriti da clausura e può, tuttavia, far ammutolire di ammirazione gente come mio nonno, marinaio in pensione, innamorato del proprio mestiere e l’esatto opposto della figura del letterato. Allo stesso modo mi meraviglia sapere che la voce di uno scrittore sia riuscita a calmare il mare agitato della vecchiaia.” Stevenson non leggerà mai la lettera, perché trasferitosi da qualche anno sulle isole Samoa per motivi di salute.

Se vi capita sotto mano, leggetelo: è un libricino minuscolo, dura appena un pomeriggio, non è poi così impegnativo. Una volta ho scritto che sono le persone che incontri, più che le cose che fai, a renderti vivo. Yeats ha fatto un passo in più: sono le persone di cui ti circondi, più che le cose che fai, a renderti grande.

“You that would judge me, do not judge alone
This book or that, come to this hallowed place
Where my friends’ portraits hang and look thereon;
Ireland’s history in their lineaments trace;
Think where man’s glory most begins and ends,
And say my glory was I had such friends.”
Municipal Gallery Revisited, 1938

La grande arte ci mette inizialmente i brividi con la sua freddezza e con la sua stranezza, con ciò che sembra un capriccio – eppure è da queste qualità che prende autorità, come se si fosse sfamata di locuste e miele selvatico. Lo scrittore dotato di fantasia ci mostra il mondo come un pittore fa con i suoi quadri – ribaltato in uno specchio in modo che noi possiamo vederlo non come appare agli occhi, che l’abitudine ha fatto annoiare, ma come se fossimo Adamo e questa fosse la prima mattina del mondo. E quando la nuova immagine diviene un po’ meno strana, come la vecchia, allora noi avremo raggiunto l’artista, perché lui ha – oltre alla stranezza, non strana per lui che ci ha fatto condividere la visione – la sincerità che ci permette di condividere i suoi sentimenti.

Parlare di emozioni senza paura o ambizioni morali, uscire dall’ombra delle menti di altri uomini, dimenticare i loro bisogni, essere totalmente se stessi, questo è tutto ciò che interessa alle Muse. Villon, ladro, ruffiano e omicida, è immortale ai loro occhi e illustra, nel grido della sua rovina, una verità grande quanto l’estasi astratta di Dante, e ancor più capace di toccare la nostra compassione. Tutta l’arte è liberazione dell’anima da un luogo e dalla storia, la sua sospensione in una luce bella o terribile, in attesa del giudizio – e tuttavia, poiché tutti i giorni sono stati come l’ultimo giorno, già giudicata. Può mostrarti i crimini dell’Italia, come Dante ha fatto, o la mitologia greca come Keats, o i villaggi del Kerry o della contea di Galway, e tutto questo in modo così vivido che non riuscirai più a guardare le cose nella stessa maniera. Eppure so che Cino da Pistoia ha pensato che Dante fosse ingiusto, so che Keats non conosceva il greco, che quegli uomini e quelle donne di campagna non sono né così amabili, né così senza legge come “mi ha cantato il mio autore.” So che io ho aggiunto qualcosa al mio essere, non alla mia conoscenza.

William Butler Yeats, “Synge and the Ireland of his time”, 1911

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One thought on “La mia gloria fu avere simili amici

  1. Che appassionata segnalazione! Questa è l’idea che dovrebbe passare anche nella scuola, che i libri aggiungono qualcosa alla persona e non sono solo strumenti di conoscenza. Regalerò il libricino ad una persona che lo apprezzerà senz’altro.

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