Superclassificashow

Oggi mi è arrivata una mail dal Gotham Writers Workshop, che è una delle scuole di creative writing più famose d’America, dove si evidenziavano i principali errori che uno scrittore possa fare. Al primo posto, questo: “Autori con poca esperienza scrivono libri che non sono publisher-friendly. In altre parole, scrivono il libro per soddisfare una propria necessità emotiva o altruistica, senza considerare il suo valore commerciale. Una volta che il libro è completato, si cerca di trovare un editore”. E in perfetto stile americano, concludono chiedendo: Che cosa c’è di sbagliato in questo approccio?

A me verrebbe umilmente da rispondere: tutto.

Perché la letteratura deve essere prima di tutto slancio artistico, desiderio di innovazione, esperimento, anche consolazione personale se vogliamo. Non risposta a una esigenza di mercato. Se è vero, come hanno detto, che non si scrive per il piacere di scrivere ma per il piacere di essere letti, è altrettanto vero che l’ipotetico destinatario delle nostre fatiche di autori non deve necessariamente essere l’addetto marketing di una casa editrice. Ad esempio, quando scrivo, io ho in mente la mia professoressa del liceo, la mia amica delle elementari, mia mamma, quel mio amico che scrive per il teatro. La casa editrice nella mia testa è più che altro uno spauracchio.

Poi è vero che la maggior parte della gente che scrive lo fa per essere pubblicata, e un po’ di scaltrezza in questo senso serve. Ma il ruolo della scuola non dovrebbe essere diverso? A scuola ti devono insegnare a puntare in alto, più in alto del mercato. Perché se guardiamo il mercato, mamma mia. Avete presente la classifica (solo una delle tante) dei libri più venduti in Italia? Trovo difficile accettare che chiunque creda abbastanza nella scrittura da investire tempo e denaro in un corso di creative writing, segretamente aspiri a diventare il nuovo biografo di Ibrahimovic. E di certo nessuno scrittore emergente riesce a vendere copie basandosi sul nome, come capita a personaggi diventati famosi per svariati motivi e poi “prestati” alla scrittura.

A scuola ti devono insegnare che l’arte è più importante del mercato. Che il metro di valutazione di quello che abbiamo scritto deve essere se valga la pena di essere letto, e non se riesca a vendere tante copie.

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