Amare vuole dire combattere

Qualche giorno fa leggo su un blog questa storia: lui e lei, innamorati, vivono in due città diverse. Entrambi precari, c’è la crisi, non riescono a trovare il modo di vedersi abbastanza spesso, o di trasferirsi l’uno nella città dell’altro. Così, decidono di lasciarsi. Perché, sentenzia l’autore del blog, si amano davvero, e decidono di lasciarsi liberi.

Adesso ve la racconto io una storia. E’ questa. Ci sono due personaggi: chiamiamoli Emme, che è la femmina, e Effe, che è il maschio. Effe è di Roma ma vive a Trento. E’ laureato e ha un lavoro fisso, ma il lavoro fisso sarebbe fare l’ufficiale dell’esercito, che in parole povere vuol dire che dove ti mandano devi andare (per dire, l’Afghanistan) e sono poche le cose che puoi decidere tu. Tra quelle poche cose, Effe decide di innamorarsi, ricambiato, di Emme. Emme è di Torino, laureata, per un paio d’anni si arrabatta con lavori precari che più precari non si può. Emme è talmente precaria che quando vince una borsa di dottorato, si sente arrivata, bontà sua. Mille euro al mese per tre anni e poi chissà, quando hai sperimentato il precariato in confronto questo sembra una scintillante strada verso il successo professionale, e tre anni di contratto ti danno come minimo la possibilità di pianificare non dico dei figli, ma un matrimonio magari sì. Tanto più che il dottorato è (rullo di tamburi) a Trento, la città dove lavora Effe. Gioia delle gioie, un po’ di paura che però è sana, traslochi, cambio del nome sulla buca delle lettere, petali di rosa per le strade. Emme è un po’ ingenua, si fa certe domande che fan quasi sorridere (ma riusciremo a stare vicini ora che siamo abituati a stare lontani?). Di che ti preoccupi, Emme? Ci pensa lo Stato Italiano a sistemarvi, a voi due.

Infatti, tre settimane dopo l’arrivo trionfale di Emme a Trento, Effe viene trasferito a Roma.

Giuro.

Che poi quando lo racconto la gente non ci crede.

E adesso, a fine marzo, Effe andrà in Afghanistan, per la seconda volta. (Voi sapete cosa vuol dire aspettare a casa il moroso che è andato a fare la guerra? Sperate di non saperlo mai). Tornerà a ottobre. E il gennaio successivo, Emme partirà per un anno all’estero, perché il contratto lo prevede. Lo sapevano già da subito, ma avevano immaginato di avere un anno di tempo per stare insieme, prima. Magari, Effe riusciva a farsi mandare all’estero anche lui, in un posto vicino a Emme.

Perché quando veramente vuoi costruire una vita insieme ti attacchi a tutto quello che hai, a tutte le piccole cose.

Per esempio una cosa che piace fare ad Emme e Effe è pianificare il matrimonio. Tipo i nomi dei tavoli, ci sarà un tema? e i parenti miei li facciamo sedere vicino ai tuoi? e se poi parlano due dialetti diversi e non si capiscono? e le mie amiche, possono passare sotto il ponte di sciabole? Hanno già scelto i fiori, i vestiti, i testimoni (ignari), la musica, le bomboniere, sul menu c’è qualche perplessità, si fanno problemi perché non sanno se hanno abbastanza soldi da parte per pagarlo, un matrimonio come quello che hanno in mente (non ne hanno). L’unica cosa che manca è la data. E la casa dove andranno ad abitare, dopo. Nemmeno fosse roba importante, poi.

Che poi questo matrimonio potrebbe non esserci mai, almeno non prima di diversi anni. Perché stare insieme è difficile  già normalmente, figuriamoci quando ci si mettono di mezzo la crisi economica e il Ministro della Difesa e quegli ottocento chilometri, che non guastano mai. Ma io penso che Emme e Effe si amino davvero, proprio perché non rinunciano. Perché amarsi vuol dire sfidare la crisi e il Ministero e la sfiga, che le cose bisogna chiamarle con il loro nome. Vuol dire risparmiare su mille cose, per comprare il biglietto del treno. Vuol dire lasciare famiglia e amici e trasferirsi dall’altra parte dell’Italia per seguire lui e poi rimanere da soli, uno da una parte e uno dall’altra, e continuare a crederci. Vuol dire avere fiducia nella Provvidenza, che se li ha fatti incontrare un motivo c’era, e di sicuro non era rinunciare. Amarsi vuol dire combattere. O Roma o morte, diceva qualcuno: appropriato, ora che Effe è a Roma. Ci si lascia perché non ci si ama abbastanza, perché è troppo difficile, perché ti sfinisce, perché trovi qualcosa di meglio più vicino, o qualcosa di più comodo, perché ti accontenti di altro. Ma se la persona che “rendi  libera” fosse l’unica persona adatta a te? L’unica persona con cui sopporteresti tutto: russare la notte, pulire i pannolini, i figli adolescenti isterici, perdere i capelli, diventare vecchi, come puoi sopravvivere a tutto questo senza quella persona lì? Te la sentiresti di mettere a rischio tutto questo?

Certo che no, direbbe Emme. Perché amarsi vuol dire combattere, finché serve, fino alla fine.

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4 thoughts on “Amare vuole dire combattere

  1. Pensavo di averle scritte io queste righe… Io che purtroppo ho capito che aveva ragione lui quando diceva che “l’amore non basta”. O forse io che non l’ho capito affatto e per questo non so come faccia a rinunciare a tutto questo. Purtroppo a volte il coraggio sta da una parte sola, e continuare a combattere in quel caso è solo da kamikaze.

  2. Per combattere in Amore servono due persone, perchè l’amore da solo non basta. Oltre all’AMORE, candine della coppia e punto di partenza, servono molte altre qualità in una coppia: rispetto, pazienza, comprensione, sacrificio, rinuncia.. e tante altre qualità. Le due più importanti sono l’Amore e la Determinazione, ad andare avanti, anche quando tutto ti sembra contro, perchè tu credi in lui e lui crede in te, perchè c’è quella fiducia e quel rispetto, che basta uno sguardo per capirvi e sai di non poterne più fare a meno. Vi auguro di cuore di potervi avvicinare o almeno di ridurre un po’ le distanze!!

    1. Grazie! E grazie anche perché credo che nelle tue parole ci sia una bella risposta al commento di Alis: per combattere in Amore servono due persone, che puntino verso lo stesso obiettivo.

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