Nebraska, 3 gennaio 1982

Grazie a Facebook – che a volte è anche uno strumento del bene e non solo un velenoso artiglio del demonio – ho scoperto che trenta anni fa, il 3 gennaio del 1982 (che io nemmeno ero nata), Bruce Springsteen si sedeva davanti a un registratore e incideva l’album Nebraska. In un pomeriggio. (Mettece ‘na pezza, direbbe qualcuno).

L’avete mai ascoltato? Intendo tutto intero. Io no. Solo a spezzoni. A volte, persino in sottofondo, mentre facevo altro. Poi ho scoperto la storia dell’anniversario e me lo sono andato a cercare con calma. L’ho ascoltato tutto di fila, in treno.

Il problema grande che abbiamo noi pubblico italiano con certi album, è che non sempre li capiamo al volo. Perchè facciamo caso alla melodia e non a quello che dicono. Per capire davvero un album come Nebraska e apprezzare quello che dice dobbiamo leggerlo. Nel senso di andare su internet a cercarsi i testi. Questo mi ha fatto pensare che quando sai scrivere delle belle canzoni, non è tanto diverso che saper scrivere dei bei libri.

Adesso va di moda chiamarlo storytelling, perchè diamo alle cose etichette che sanno di esotico per sentirci più fighi. Ma è un’etichetta inadatta a un lavoro come Nebraska, dove tutto è essenziale e ridotto all’osso di voce e chitarra e, occasionalmente, armonica. E’ personale, ma allo stesso tempo come ogni narratore che si rispetti ogni volta che dice “io” mente, e “io” in Nebraska è chiunque. Nebraska è pieno di fantasmi. C’è una tristezza infinita dentro, e mi sembra una tristezza talmente profonda e talmente complessa che l’unico modo per dirla deve per forza essere il modo più scarno e semplice di tutti.

Andate qui a leggervi il commento di un critico musicale che sa fare il suo mestiere, e qui a leggere i testi e ascoltare i pezzi.

Dentro Nebraska c’è la disperazione di chi non trova lavoro e scivola nel crimine perchè è l’unica strada che riesce a percorrere. C’è la cattiveria pura, che non richiede altra spiegazione (Well sir I guess there’s just a meanness in this world). Tanta umiliazione, desiderio di riscatto da una vita che non dà opportunità se non quella di guardare da lontano le vite scintillanti degli altri, e tanta nostalgia e il rimpianto lacerante di un rapporto irrisolto con il padre che torna qui con toni ancora più strazianti che in Independence Day. La canzone che mi ha colpito di più è Highway Patrolman.

Ho scoperto che Johnny Cash ne ha inciso una cover. Lo stile è completamente diverso: è sempre acustico e scarno e triste, ma Johnny Cash la fa diventare una canzone da festa di paese, una di quelle canzoni tristi che si suonano ogni tanto in estate alle feste di paese anche se le signore si sono messe il vestito a fiori e i signori si sono messi il cappello e i pantaloni belli e sembra che per essere tristi non ci sia spazio.

Ma la versione di Bruce non sembra nemmeno una canzone vera, sembra un’eco, nella registrazione la voce rimbomba ogni tanto. Man turns his back on his family, dice Bruce, well he just ain’t no good. E che Frankie fosse no good ce lo diceva già all’inizio, ed è Frankie che si lascia il fratello alle spalle, il fratello che guarda dritto davanti a sè mentre le luci posteriori dell’auto di Frankie scompaiono al di là del confine canadese. E’ la canzone di chi la festa del paese la guarda da lontano, delle luci vede solo il riflesso e la musica nemmeno la sente, e anche se è estate e fa caldo ha i brividi lungo la schiena.

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6 thoughts on “Nebraska, 3 gennaio 1982

  1. Highway patrolman è diventato un film, il primo alla ragia per Sean Penn, si intitola “Indian Runner” in Italia “Lupo Solitario”….se ti capita…guardalo…davvero bello anche se cupo….uno dei rari casi di film tratti da una canzone.
    Per il resto Nebraska è davvero un’insieme di piccoli affreschi messi insieme per ricordare e ricordarsi (Springsteen era ormai una rockstar) i drammi della vita quotidiana e la semplicità con la quale la vita può voltarti le spalle da un momento all’altro. Però, per Bruce c’è sempre, un però, c’è un momento un pezzo Reason to belive che nel suo ritornello,che sembra banale e scontato, rappresenta l’elemento di speranza che sempre anche in fondo ad un pozzo di depressione e cupezza la musica di Bruce sa regalare. (p.s. la versione live del Devils and dust tour è stupenda).
    Saluti,
    Paolo.

      1. “ambiguità” dicevamo.
        anche qui: si legge reason e non si sa bene se bruce ci stia prendendo in giro canzonandoci (“ma in cosa davvero c’è ancora da credere?” sembra dire in qualche strofa) oppure sia davvero un canto, l’ultimo, per la sopravvivenza. ambiguità…
        hai ragione: nebraska è un album che va letto. che sta studiato, a suo modo. poi va ascoltato e sentito. io faccio un po’ così per ogni canzone di bruce: non capisco nulla di musica, forse per questo… o solo per questo, amo all’infinito i testi del nostro. ti sanno raccontare sempre un pezzo di te…
        grazie.

  2. “Nebraska” è uno dei miei album preferiti del Boss. È sincero, onesto, scarno. Sicuramente è il suo disco migliore senza la E-Street Band. È musica semplice e profonfa, l’ideale per qualche ascolto solitario e riflessivo (purtroppo spesso anche depressivo;)). Devo ammettere che la versione di Cash non è male. Grazie per avermela fatta scoprire e ascoltare.

    1. Grazie a te, Nicola, per essere passato e avere condiviso i tuoi pensieri, spero di ri-incontrarti. Forse l’ascolto un po’ deprimente, a tratti, ma credo che la forza di molti testi del Boss sia proprio quella di farti vedere anche la disperazione e lasciare a te la possibilità di decidere che cosa ne vuoi fare: lasciarti sommergere o reagire. Ambiguità ancora una volta, come dicevamo con Roberto, che però fa sì che ci si possa rispecchiare nelle sue parole anche se abbiamo background e esperienze diverse.

  3. @ Roberto, grazie a te! mi è piaciuto tanto leggere la tua interpretazione e penso che le belle canzoni siano come i bei libri anche nel senso che ogni volta che le rileggi o le riascolti ti lasciano un nuovo pezzetto, uno strato di ricchezza in più.

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