Amo la notte con passione

“Il Grande Gatsby” è in assoluto uno dei romanzi che preferisco. Uno dei passaggi che amo di più, all’interno di questo capolavoro di libro, è quello in cui il narratore Nick Carraway, appena trasferitosi a West Egg sulla costa orientale, viene fermato per strada da un tizio che gli chiede indicazioni stradali. Quel semplice gesto basta a farlo sentire meno solo, a farlo sentire – dice Fitzgerald – “una guida, un esploratore, un colono!” In quel momento Nick si sente parte del vicinato.

Anche io, come Nick, mi sono trasferita a Est (suona bene, detto così, no? Suona quasi meglio di “Trento”). Sono rimasta da sola quasi subito, perché il moroso si è fatto trasferire al Sud e sverna in climi più miti (chi potrebbe biasimarlo, d’altronde, qui fa un freddo becco). Eppure questa città l’ho sempre e solo conosciuta attraverso di lui – le strade dove lui mi portava, i negozi e i locali che ho visto insieme a lui. Ogni passo parla di lui e la città appartiene molto di più a lui, con i suoi quattro anni qui, che a me. Io ero un’ospite.

La vita reale ha ben poco a che vedere con la letteratura, specie se si tratta di letteratura degna di questo nome. Però a volte nella vita reale ci sono momenti di magia con cui nemmeno la letteratura può competere. Ieri mi sono persa, e la città è diventata mia.

Ho girato a destra invece che a sinistra, dopo la chiesa – quella con la fontana davanti. Volevo andare dritto per la salita verso il castello, ma ho visto un cancello aperto. Era già notte. Ma io amo la notte con passione, per dirla con Maupassant. E sono entrata nel cancello.

La magia agisce in modi strani. Mentre attraversavo il cancello, il lettore mp3 mi faceva sentire questa canzone.

Sono entrata in un giardino che non avevo mai visto prima. Sono sicura che alla luce del sole non è altro che un giardinetto comunale con qualche giostra per bambini. Ma di notte, la notte con gli Strays don’t Sleep nelle orecchie è tutta un’altra cosa. Era tutto perfetto. Le altalene vuote, le siepi, il pergolato. Le panchine di pietra, la luce dei lampioni. E la musica in sottofondo. Le strade che ho visto uscendo dal cancello, le montagne appena più nere del cielo nero con la luna quasi piena. Tutto era mio. Lo avevo scoperto io. Il giardino, perfetto. Le strade vuote, perfette. La notte perfetta, e la musica perfetta. Tornando a casa, ho salutato con la mano il tizio che, appeso a una gru, decorava l’enorme albero di Natale nella piazza davanti al teatro.

Tutto qui mi appartiene, ora.

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