It’s a small world – parte 2: Guglielmo il Conquistatore e John Wayne

Siamo arrivati a Caen, capoluogo del Calvados, nel primo pomeriggio. Mi ha emozionata (sono la solita scema) il tratto in auto da Parigi a Lisieux, perché mi sembrava di ripercorrere le orme di Adamsberg nell’ultimo romanzo di Fred Vargas. La Normandia, a un primo impatto, mi è sembrata grande, ariosa. Verde e ventosa, le case piccole e tutte simili le une alle altre, la fanno assomigliare nella mia mente a una Irlanda in cui si guida dalla parte giusta della strada.

Caen è la città che ha dato i natali a Guglielmo il Conquistatore, e i francesi non perdono occasione per ricordartelo. Se non fosse stato per i francesi, l’Inghilterra sarebbe ancora all’età della pietra! Fin dal 1066 l’Inghilterra è stata un feudo francese! E via discorrendo. Guglielmo ha costruito il castello e le due abbazie, una maschile e una femminile. Il suo corpo è stato deposto all’interno dell’Abbazia degli Uomini nel 1087. Abbiamo gironzolato per il centro pedonale, meravigliandoci per il numero esorbitante di librerie e di negozi di fumetti (mai visti così tanti, nemmeno cumulando tra loro città diverse). Abbiamo pranzato all’ombra di un giardino sul retro di una chiesa gotica, con i gargoyles o come si chiamano quegli affarini inquietanti che ci guardavano dall’alto, minacciosi. Nel tardo pomeriggio ci siamo diretti a Sword Beach.

Avete presente la pubblicità di History Channel con la mamma e il bimbo che raccolgono le conchiglie sulla spiaggia? Camminare sulle spiagge dello sbarco è esattamente così. Ci sono ombrelloni e famiglie che giocano nella marea che si ritira e aquiloni. Non ci sono i soldati fantasma, ma era un po’ come se ci fossero: il moroso mi raccontava le loro storie, le manovre di sbarco, i violini d’autunno che feriscono il mio cuore d’un monotono languore. E la sensazione di trovarsi dentro un film è aumentata quando, il giorno dopo, siamo arrivati fino a Sainte-Mére-Eglise a vedere il paracadutista rimasto appeso al campanile della chiesa. Ogni turista americano in pellegrinaggio sui luoghi dello sbarco ci sembrava John Wayne.

Siamo arrivati a Omaha Beach nel pomeriggio. Abbiamo parcheggiato davanti al cimitero americano – non conoscevamo altra via per scendere alla spiaggia. Abbiamo attraversato il cimitero e il pensiero che fosse tutto un film, che una cosa così grande e così grave e drammatica non potesse essere successa davvero, si è fatto sempre più forte. Poi abbiamo visto le croci.

Il cimitero americano a Saint Laurent, in Normandia, è una distesa ordinata di centomila croci. Croci in ogni direzione, bianchissime sull’erba perfettamente verde e ritagliata al filo; croci con il nome e la data di morte, stelle di David per i caduti ebrei, poi altre croci, senza nome, per i soldati non identificati. Sono entrata ammirando il silenzio, pensavo Come sono rispettosi questi americani; e invece, anche se avessi voluto, non avrei potuto parlare: la voce mi si era rintanata dentro in un posto dove non voglio andare, e la porta era sbarrata da una croce bianca. Ho camminato a lungo tra le croci che guardano l’oceano, è il posto è così bello che ho pensato per un attimo che non sarebbe tanto male essere sepolti in un cimitero così. Molte croci hanno fiori freschi davanti, portate da parenti o da semplici curiosi come me. Una ragazza indicava una croce e diceva: “Poteva essere mio nonno, ma non ha fatto in tempo”, per la fretta di farsi ammazzare in guerra.

“Quest’ultima guerra l’ho considerata necessaria perchè i Tedeschi erano diventati impossibili e Mussolini stava rovinando l’Italia  con la sua ambizione militare sbagliata. Ma abbiamo soltanto combattuto contro qualcosa. Gli slogans erano la solita merda di sempre. Detesto la guerra, odio l’esercito, ma mi piace molto combattere. Mi piace far l’amore, combattere, bere, leggere, pescare, cacciare, scrivere.” (E. Hemingway, da una lettera del 1948 a Fernanda Pivano)

Sono rimasta in silenzio a guardare le croci fino a che il moroso non mi ha ritrovata. Siamo scesi alla spiaggia e abbiamo passeggiato a lungo, raccogliendo conchiglie (il bottino migliore lo abbiamo trovato a Utah beach, ci pescano le ostriche). La voce se ne è rimasta rintanata per un po’. Guardavo il moroso di sottecchi e pensavo a quando verrà il giorno in cui lui dovrà partire di nuovo. Bizzarro pensarci in questi giorni in cui cade l’anniversario dell’attentato alle Torri Gemelle, che ha dato inizio alla guerra che anche il mio moroso è andato a combattere. Ma se non sarà questa, sarà un’altra, e lui partirà con la penna sul cappello, cantandomi, come allora, “Addio mia bella addio”. Che c’è? mi ha chiesto, Come mai non parli? Io l’ho guardato e ho visto millemila croci bianche. Niente, gli ho risposto. Ci sono cose che non si possono dire.

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