The Biggest Man you ever seen

Forse l’ho già raccontato, forse è solo che ci penso talmente tanto che mi sembra di averlo raccontato a tutti e invece no. Si sarà capito che mi piace Springsteen. Non sono una fan della prima ora (sono nata lo stesso anno che è uscito Born in the USA) e anche in proporzione alla mia relativamente breve vita, Bruce l’ho scoperto piuttosto tardi. A metà delle medie, mio papà lavorava in un negozio di musica. È la sua grande passione e una delle cose che gli riescono meglio. Ogni tanto portava a casa dei dischi, qualcosa di particolare; solitamente, cose che piacevano a lui e che io annusavo con diffidenza e poi mettevo da parte: Genesis, Toto, Dire Straits, soprattutto gli immensi (per lui) Pink Floyd. Poi un giorno ha portato un cofanetto, largo come un vinile ma che conteneva tre cd: “Bruce Springsteen and the E Street Band: Live 1975 – 1985”. E poi, Bruce Springsteen Greatest Hits. Dal momento che nel Greatest Hits c’era solo il suo nome, avevo dedotto che questa famigerata E Street Band fosse un gruppo a sé stante, e che il fatto che suonassero insieme fosse una specie di evento. (All’epoca non ero avvezza a nomi come Bruce Hornsby & the Range, Hootie & the Blowfish, Huey Lewis and the News, Kool & the Gang, Nick Cave and the Bad Seeds e se ve ne vengono in mente altri vi prego ditemeli che è tutto il giorno che ci penso).

La prima canzone di Springsteen che ho sentito in vita mia è stata Thunder Road. Poi io non so scrivere di musica quindi a questo proposito lascio parlare Nick Hornby. Però mi ricordo che ogni volta che la canzone finiva, tornavo un po’ indietro per risentire l’ultimo pezzo, strumentale, con il piano che esplode e il sax.

Il sax di Clarence Clemons, che è morto l’altra notte, all’età di 69 anni.

Di Clarence ci sono tre cose che mi sono rimaste impresse, oltre all’assolo finale di Thunder Road che è immenso e non si può descrivere: una è l’ultima volta che l’ho visto dal vivo, quando si alzava solo ogni tanto per suonare e il resto del tempo lo passava seduto su una specie di trono rosso e oro che avevano fatto mettere sul palco apposta per lui; mi ricordo di aver pensato che doveva essere vecchio e tra il peso e l’altezza qualche problema alle ossa ce lo doveva pure avere, eppure era lì davanti a decine di migliaia di persone perché, a sentire lui, non si era mai perso uno show. Quando si dice la passione.

La seconda è quella volta che, la sera dopo il concerto, una mia amica mi ha chiamata sull’orlo della crisi isterica intimandomi di presentarmi immediatamente in un certo locale del quadrilatero, dove pareva fossero seduti nel dehors, a bere tranquillamente una birra, Little Steven e Clarence Clemons. Come se fosse la cosa più normale del mondo, avere un pezzo (e che pezzo) della storia della musica mondiale seduto su una sedia di plastica a due passi da Porta Palazzo. Io ero sul treno, e non ci sono potuta andare. Ma la storia della musica aveva anche un volto umano, che si prende l’aperitivo all’ombra di piazza Emanuele Filiberto.

La terza è la copertina di Born to Run, e in quella foto di Bruce giovane, con la barba un po’ a chiazze e mingherlino che si appoggia sghignazzando alla schiena di Clarence che suona il sax, in quella foto c’è già tutto. Bruce non fa un sorriso, fa proprio una specie di ghigno, come se stesse ridendo per uno scherzo che sanno solo loro; e ogni volta che guardo quella copertina penso che se Bruce è il Boss, buona parte del merito è di Clarence Clemons.

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One thought on “The Biggest Man you ever seen

  1. Grande Michela! Io, come sai e stra-sai, condivido la passione per il boss. Il mondo si divide in chi ama Springsteen e chi non è mai stato ad un suo concerto. Ed io di concerti ne ho visti 4. D’altronde, ho festeggiato il mio 40mo compleanno proprio con un concerto del boss a Torino. Cosa chiedere di più alla vita?
    Anche per me, come penso sia per ogni vero springsteeniano, Thunder Road è la canzone migliore. Anni e anni e non mi stufo di sentira. Peccato che in concerto (con me presente intendo) l’abbia fatta solo una volta, e precisamente l’8 settembre 1988, allo stadio comunale di Torino. In quel momento persi la voce e mi tornò due giorni dopo. E’ una canzone con mille sfaccettature. E contiene al suo interno tutta la poetica di Spingsteen. Se capisci Thunder Road capisci Springsteen. Lasciamo ai pivelli Born in the USA.: la canzone meno capita del secolo, credo. Quasi nessuno sa che fu scritta con Nebraska, e poi ri-arrangiata. Ne esistono versioni live in stile Nebraska… quella è quella vera.
    Anche io mi sono “formato” sul live 75-85… ce l’ho ancora su VINILE. Fu un regalo e credo l’abbiano comprato nel negozio di tuo papà.
    Ora che anche Big Man ci ha lasciato (e sono convinto che ora starà facendo un assolo dei suoi al buon Dio, che di sicuro apprezza) avremo ancora la fortuna di vedere un concerto di Springsteen? Speriamo. Saluti

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