“I panni ricamati del cielo”

Una delle contraddizioni che distinguono il mio complesso carattere è questa: l’amore per le lettere, quando sono così palesemente inetta nel mantenere la corrispondenza. Sarà pigrizia, sbadataggine, scarsa costanza, non lo so: fatto sta che perdo facilmente i contatti, dopo un po’.

Ma le lettere altrui, quelle mi affascinano da morire. Mi piace riceverle, mi piace il gesto di aprire la busta, che ormai è un gesto del tutto dimenticato; mi piace decifrare la calligrafia, mi piace scegliere la carta adatta per scrivere la risposta. Le regole stilistiche per scrivere una lettera vera, poi, sono molto diverse dal lessico e dalla sintassi da email. Internet, pur velocizzando il botta e risposta, mi toglie gran parte del godimento. Molto meglio aprire una lettera di carta che un messaggio di posta elettronica. E quanto sono belle le scatole dove riporre le lettere o i biglietti ricevuti! I miei figli o i miei nipoti difficilmente troveranno un pacco di lettere d’amore scritte da me e mai spedite, o indirizzate a me e nascoste per una vita: morendo, con tutta probabilità mi porterò le password nella tomba. Il romanticismo esce sconfitto dall’era di internet.

Tutta questa prosopopea per introdurre il primo dei miei acquisti al Salone del Libro di quest’anno: una raccolta di scritti autobiografici ed epistolari di William Butler Yeats, poeta irlandese premio Nobel per la letteratura nel 1923: “Sono diventato un autore”, edito da Mattioli 1885.

W.B. Yeats ritratto da J. Singer Sargent, 1908

Ora, gli epistolari mi hanno sempre messa un po’ a disagio: nonostante Cicerone dicesse che il sapiente ha quasi l’obbligo di rendere pubblica la propria corrispondenza per essere da esempio agli altri (lui stesso organizzò le proprie lettere per la pubblicazione), a me sembra di farmi i fatti degli altri e si sa, chi si fa i fatti suoi campa cent’anni. Poi ho letto, al liceo, una raccolta di lettere di Tolkien: appassionate lettere d’amore, critiche feroci di scritti (propri e altrui), aneddoti raccontati con ironia, erudizione e il suo tipico carisma. Insomma, sono riuscita a vedere l’uomo – il giovane orfano, il ragazzo innamorato, lo studente e il soldato (che scrive la prima stesura de Il Silmarillion in trincea), il padre preoccupato per il figlio in guerra – dietro allo scrittore.

Così ho scelto l’epistolario giovanile di Yeats. Non leggo molta poesia, la sento un po’ al di fuori del mio modo di essere e spesso fatico a capirla. Ma Yeats rappresenta per me la manifestazione umana di una delle mie passioni più grandi: l’Irlanda. Ci sono tanti aspetti del suo pensiero che non condivido del tutto, ma le sue poesie mi commuovono e riconosco nelle sue parole un modo di sentire, di emozionarsi che un po’ mi appartiene. Mi affascina la sua ricerca, durata una vita, del folklore irlandese più verace; la fierezza di “Easter 1916“; la capacità di far sembrare magica ogni cosa, che irretiva così facilmente una adolescente ingenua come me; leggendo le sue parole ritorno alle estati passate a Dublino e Galway e sento quasi gli stessi odori che sentivo laggiù. E alla fine, oltre ai due epistolari di Yeats, sempre da Mattioli 1885 ho preso anche “Vagabondo in Irlanda”, di John Millington Synge. Uno si impegna a fare acquisti sensati e razionali, ma alla fine il cuore vince sempre.

Had I the heavens’ embroidered cloths,
Enwrought with golden and silver light,
The blue and the dim and the dark cloths
Of night and light and the half-light,
I would spread the cloths under your feet:
But I, being poor, have only my dreams;
I have spread my dreams under your feet;
Tread softly because you tread on my dreams.

(W.B. Yeats, “He wishes for the cloths of Heaven”, 1899)

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