Un modo di essere

Da ieri, al Salone del Libro di Torino c’è un libro con il mio nome in copertina: l’ho scritto io. Stavo cenando, semi accampata su una delle sedie del Lingotto e immersa nella lettura del mio ultimo acquisto, quando un amico si è fermato davanti a me e mi ha detto: ho comprato il tuo libro. L’ho raccontato ai miei, più tardi, e mia mamma ha detto: adesso sei veramente una scrittrice.

Un signore, dove lavoro io, passa le sue giornate incollato al computer senza parlare con nessuno, senza nemmeno alzarsi per rispondere al citofono che è a un passo dalla sua scrivania. Non lavora, tanto non lo possono licenziare, e così lui scrive; un libro lo ha già pubblicato. I miei colleghi dicono, è uno scrittore.
Anche una mia collega ha scritto un libro: racconta la vita rocambolesca del suo compagno. Io ne ho una copia, rilegata con la copertina rossa, ma non c’è il nome di un editore o un codice isbn. Di lei i miei colleghi non dicono: è una scrittrice.
Così ho pensato: che cosa vuol dire davvero essere scrittori?

Io scrivo da quando ho imparato a tenere in mano la penna. Mi ricordo ancora un tema delle elementari, dove descrivevo la casa dei miei nonni. La maestra mi aveva detto: si vede che ti sei fatta aiutare da un adulto; ma non era vero. Ho frequentato corsi, pubblicato qualcosa su giornali e riviste, e adesso un libro intero. Ma se la gente mi chiede, non dico: sono una scrittrice. Tantomeno, “faccio” la scrittrice.

Arturo Bandini, protagonista di Chiedi alla polvere e alter ego dell’autore John Fante, un giorno va al mare e per seguire la ragazza di cui è innamorato decide di fare il bagno anche se l’acqua è agitata. Incastrato tra le onde alte, per un attimo Bandini pensa che sta per morire. Ma lo pensa dall’esterno, come se stesse raccontando la sua vita quasi fosse un romanzo, e pensa: questo funzionerebbe, su una pagina? Alessandro Baricco, commentando questo passaggio, ha detto che non si è veri scrittori se non si è mai pensato in quel modo lì: mentre stai vivendo, immaginare la tua vita come un romanzo, e aggiustarla magari, renderla più adatta a una pagina.

Forse hanno ragione loro: “scrittore” non è un mestiere, è un modo di essere. Forse non si diventa scrittori da un momento preciso: quando ho iniziato a lavorare alle prime stesure, oppure nei mesi di editing e correzione, o quando rispondevo alle mail dell’editore, nemmeno quando ho preso in mano il mio libro la prima volta, o quando hanno venduto la prima copia. O quando lascio il mio lavoro per “fare” la scrittrice e basta. Forse sono una scrittrice, nella testa, da quel tema sulla casa dei miei nonni; anche se non me lo sento ancora addosso e divento rossa quando la gente me lo dice.

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