Raccomandati

Una delle cose più difficili che ho dovuto fare nella mia vita è stata chiedere una lettera di raccomandazione. Infatti ho aspettato fino all’ultimo momento e poi, da gran vigliacca, non l’ho nemmeno fatto di persona. Via mail. Peggio di così ci sono solo gli innamorati quindicenni che si lasciano via sms.

Le lettere di presentazione o di raccomandazione sono diffusissime nell’ambiente accademico anglofono: vengono richieste, ad esempio, per l’ammissione al college, come referenza quando si cerca lavoro, e via dicendo. Sono considerate un passaggio del tutto naturale nella procedura di selezione.

L’idea di dover chiedere una raccomandazione mi ispirava ribrezzo sotto due aspetti: primo, va bene l’ambiente accademico anglofono, ma io non sono anglofona, sono nata in Italia, e nel mio vocabolario quotidiano la parola “raccomandazione” ha una sfumatura marcatamente negativa. Secondo, tra tutti i posti in Italia sono nata in Piemonte, il regno dell’understatement e dell’esageruma nen, e temevo con tutto il cuore che il malcapitato a cui avrei chiesto di scrivere la mia lettera di presentazione/raccomandazione mi avrebbe risposto: con piacere, lei la scriva e io la firmo. (Cosa che peraltro è capitata in due casi su tre). Cioè, oltre all’imbarazzo di doverla chiedere, si aggiungeva anche l’imbarazzo di doverla scrivere, e parlare di me in terza persona, e dire quanto sono brava. Ok, sono competitiva e voglio sempre essere la migliore, ma un conto è farlo e un conto è metterlo per iscritto.

Riguardo a quest’ultimo aspetto, l’evoluzione tecnologica degli ultimi anni mi ha permeso di evitare almeno parte dell’imbarazzo dal momento che internet pullula di lettere di presentazione e lettere di raccomandazione già pronte, da scaricare e firmare. Nell’interesse dell’originalità, ovviamente, invece di copiare pedissequamente ho fatto un bel collage, poi fiorito e infiocchettato da tocchi creativi degni del maestro Dumas. Primo problema risolto.

Secondo problema, di carattere etico: con che faccia chiedo a qualcuno (e con qualcuno non si intende il mio panettiere, ma il prof relatore della tesi) di scrivere una lettera di raccomandazone per me? E poi: perchè devo farmi raccomandare da qualcuno, scusate? Non basta l’esame o il concorso o quel che sarà a determinare la mia preparazione, la mia attitudine alla ricerca, la mia arguzia, la mia avvenenza, la mia simpatia innata o quel che diamine bisognerà valutare? (A quanto pare no). E se, a parità di punteggio tra me e un altro candidato,  a fare la differenza fosse proprio la lettera di raccomandazione? Sarebbe giusto? Etico?

Rosa da simili dubbi, io che predico sempre contro i raccomandati che mi soffiano il posto (ipoteticamente, dato che il posto non ce l’ho) ho comunque inviato le lettere di raccomandazione. Quando il plico intero era ormai stato spedito, ho pensato una cosa: che forse le lettere di raccomandazione hanno anche un’altra funzione, positiva. Ti fanno venire una specie di senso di responsabilità. Perchè ho pensato: se uno si prende la briga di spendere parole buone per me, il minimo che posso fare è dimostrare che me le merito al cento per cento. Anzi, dimostrare di essere ancora meglio di quello che loro hanno scritto. Non posso tirarmi indietro, devo lottare fino in fondo. Go down swinging, per prendere in prestito un detto tanto caro agli anglofoni. Non solo una raccomandazione, o meglio, una raccomandazione in due sensi: rivolta ai selezionatori, “mi raccomando scegliete questa qui, garantisco io”. E rivolta al candidato: “mi raccomando non farmi fare brutta figura”. Odio le brutte figure, cari autori delle mie lettere di raccomandazione, mi impegno al massimo per evitarle. Sappiatelo.

Me ne sono andata soddisfatta. Magari non servirà a niente, ma mi ha fatto tornare la voglia di provarci.

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One thought on “Raccomandati

  1. Pur condividendo con te per ragioni genetiche e geografiche la tendenza tutta pedemontana ad un certo understatement, credo che il tuo giudizio sulla “raccomandazione” sia condizionato negativamente dall’uso (ma sarebbe meglio dire abuso) che se ne fa qui in Italia, più che dal fatto che sia giusta o sbagliata.
    Così come tu hai giustamente sottolineato, la lettera di raccomandazione è di uso comune nei paesi anglosassoni. Anzi, in talune realtà è un passaggio imprescindibile: ne ho avuto una riprova qualche anno fa, compilando il form per ottenere l’accesso ad un corso universitario negli States. Di lettere, in quel caso, ne erano richieste almeno tre. Inizialmente mi sono meravigliato, abituato com’ero a considerare le “segnalazioni” (ma chiamiamole pure “raccomandazioni”) come l’esatta antitesi della meritocrazia. Parlandone con persone che di USA e dintorni ne sanno ben più di me (e vabbè che non ci va molto a trovarne, però…) ho capito come queste lettere non siano un surrogato del merito, bensì un’ulteriore garanzia dello stesso, vergata e controfirmata da un soggetto la cui autorevolezza in materia non possa essere tema di discussione. In breve, nessun cialtrone negli USA riceverebbe una lettera di “segnalazione”, perché nessun “segnalante” si sognerebbe di mettere in gioco il proprio prestigio per un mangiapane a tradimento. Da noi no: si raccomanda per simpatia, per amicizia, per parentela, per convenienza… per merito quasi mai. Anzi, il merito, nel migliore dei casi, diventa al massimo l’optional aggiuntivo per emergere quale migliore tra i raccomandati.
    Credo, in sostanza, che il nostro sia essenzialmente un problema di mentalità. Se soltanto, prima di “segnalare” qualcuno, non pensassimo: «E’ un cretino, ma è comunque mio parente» bensì «E’ un mio parente, ma è comunque un cretino», girerebbe tutto, o quasi, per il verso giusto…

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