Un regalo bianco e rosso

Lunedì poco prima di pranzo ho ricevuto una notizia che non aspettavo affatto, e che mi ha mandata in confusione. Sono di indole vagamente ansiosa già nei giorni normali, in questo periodo con mille cose in ballo va sempre peggio; poi, poco prima di pranzo (la mezz’ora sacra!) la mazzata. In un secondo il cuore mi va a mille e ho una strana voglia di piangere, come all’asilo quando tua mamma se ne va e ti lascia lì con la suora. Un piagnucolio di abbandono.

Ma non vado più all’asilo e in ufficio non posso mettermi a piagnucolare (o forse sì, ma non mi va di provare) allora con il cuore in gola e una canzone dei Fleetwood Mac in testa (Fleetwood Mac! Questo dovrebbe dirla tutta. Povero Bruce, avevo giurato che non ti avrei tradito mai) faccio una cosa che mi dà l’idea di quanto sia alterato il mio sistema di priorità: entro in libreria.

Tra l’una e l’una e mezza, che poi è la mia misera pausa pranzo, in libreria non c’è quasi nessuno. Fuori c’è il sole, e la gente invece di entrare nei negozi sta all’aperto. Quando sono semivuote, le librerie si svelano con meno pudore: l’odore è più forte, il silenzio più intenso, più spesso, come quello della montagna, dove ti sembra di riuscire a sentire un enorme respiro che rende tutto immobile e denso.

Insomma, c’è pace.

In libreria mi sento a casa. Mi sento in un ambiente di cui conosco le regole e nel quale posso muovermi come mi pare, dove non arrivano colpi alle spalle. I libri sono le mie poltrone e le tendine alla mia finestra, i gerani sul balcone e le lenzuola stese fuori ad asciugare. Appena entrata, salendo le scale, senza nemmeno pensarci ho preso questo libro. Era un po’ che pensavo di leggerlo: scrivendo una scheda, dalla casa editrice mi avevano chiesto “assomiglia un po’ a Giordano e D’Avenia?” e io avevo saputo rispondere solo a metà, perché Giordano lo avevo letto e D’Avenia no.

Tanti dicono che siano simili. Certo son tutti e due giovani e belli. Son tutti e due editi da Mondadori. Ma le somiglianze finiscono lì, secondo me. Il romanzo di Giordano è freddo – non trovo altra parola – lontano, distaccato, triste. Senza speranza di redenzione: è come se ti dicesse Mettiti l’anima in pace, nessuno ti capirà mai e nessuno ti amerà. Mai.

D’Avenia è caldo, è proprio rosso. Il suo personaggio è appassionato, si arrabbia, si disprezza, si dispera, si esalta con sbalzi d’umore che nemmeno la sindrome premestruale. Si sente che è un romanzo scritto da un professore (non per come è trattato il personaggio del prof nel libro), si sente per come armonizza l’ingenuità istintiva dell’adolescente per cui tutto è assoluto con uno sguardo quasi paterno, dell’adulto nostalgico che si guarda indietro e pensa “un giorno crescerai e capirai”, ma ha il buon senso di non dirlo.

Soprattutto, anche nel libro di D’Avenia capitano le disgrazie e la vita fa schifo. Lui, però, al contrario di Giordano, rende onore alla forza infinita degli esseri umani, che dopo ogni batosta si rialzano, si scuotono di dosso la polvere e ricominciano, ricostruiscono tutto da capo. Che ci credono. Che hanno dei sogni e si fanno un mazzo così per realizzarli, o almeno per poter continuare a sognarli. Le cicatrici e i segni che ti rimangono addosso devi imparare a usarli come fa la mamma di Arlecchino: per costruire un vestito unico, meraviglioso, che tutti ti invidieranno. La vera bellezza della vita – e del genere umano – secondo me è questa.

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One thought on “Un regalo bianco e rosso

  1. Non guardo l’Inter e quindi leggo il tuo pezzo…. ma anche se guardassi l’Inter troverei lo stesso un po’ di tempo per leggerti. Non ho letto nessuno dei due scrittori. Magari ci faccio un pensiero, per la prossima visita in libreria. Io in libreria vado in crisi, come un bambino davanti a mille caramelle di ogni colore. Vorrei tutto, ma non si può. Non riesco a scegliere, e quindi spesso ne esco senza aver comprato nulla. Recentemente ho letto il libro su Steve Jobs (lo so, la passione per la tecnologia non la capisci…) e l’ho anche trovato interessante. E ora sto leggendo “Vandali”, di Stella & Rizzo. Fa venire mal di stomaco questo libro, come una puntata di Report. Non so perché continuo a rovinarmi così.
    Un’ultima cosa: il boss non si tradisce
    saluti
    Davide

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