Per Parigi non ci sarà mai fine

La prima volta che sono andata a Parigi ero minuscola, troppo piccola per ricordare qualcosa di sensato oltre al freddo blu e a Topolino (ero andata a Disneyland).

La seconda volta a Parigi ero già nell’età della ragione, la fine dell’università era alle porte e avevo letto molti, molti più libri. Avevo letto con immensa fatica Joyce, che  a Parigi ci aveva vissuto e pubblicato l’illeggibile Ulisse, ma mi ero impuntata e avevo letto l’illeggibile per una specie di senso di lealtà verso gli irlandesi. Poi ero passata ai francesi e avevo letto (tra i banchi dell’università, di nascosto, durante le lezioni noiose) delle disavventure e della vendetta di Edmund Dantés. E i Tre Moschettieri, o quanti diamine erano. Avevo letto la Parigi scintillante e decadente di Julien Sorel. Le fogne di Parigi descritte da Hugo ne I Miserabili, e le guglie di Notre-Dame. La Parigi rocambolesca della Primula Rossa. I corridoi bui dei teatri, nascosta nell’ombra con Erik, il Fantasma dell’Opera.

Tutte queste cose le ho ritrovate a Parigi quando ci sono andata, da grande. Ma più di tutto, che la vita è strana e gioca in questo modo, a volte, più di tutto a Parigi ho trovato Hemingway. Per dire. A Parigi, ho trovato l’America.

Hemingway a me piace tanto. Mi piace in un modo strano, che fa male, come facciamo noi persone un po’ nevrotiche che siamo tanto contente quando leggiamo un libro tristissimo. Amo Hemingway con quell’amore doloroso che gronda nostalgia e un sottile senso di sconfitta. Non lo so spiegare meglio di così.

Hemingway aveva vissuto a Parigi negli anni Venti, quando aveva deciso di abbandonare il giornalismo per dedicarsi alla narrativa. Ci sono due posti, a Parigi, che mi hanno parlato di Hemingway: uno è la Closerie des Lilas, ristorante su Boulevard de Montparnasse in cui Hemingway ha passato le sei settimane che ci sono volute per scrivere la prima stesura di “Il sole sorge ancora”.

L’altro, è Shakespeare and Co.

L'interno della libreria, al primo piano

Nasce come libreria fondata da Sylvia Beach nel 1919 e presto si trasferisce al numero 12 di Rue de l’Odéon, dove rimane fino alla chiusura, nel 1941. La leggenda vuole che la libreria sia stata costretta a chiudere perchè Sylvia aveva rifiutato di vendere l’ultima copia di Finnegans Wake a un ufficiale tedesco.  Tant’è che con l’invasione tedesca della Francia la vera Shakespeare and Co., quella di Sylvia Beach che aveva pubblicato a spese proprie Ulisse di Joyce, che prestava i libri a uno squattrinato Hemingway, è finita.

Negli anni ’50 un bizzarro libraio inglese ha riaperto la libreria (ora in rue de la Bûcherie), dandole lo stesso nome ma trasformandola: non è più solo una libreria, o un punto di ritrovo; è uno stile di vita. Nei tre piani della libreria sono distribuiti una dozzina di letti: nelle stanze ai piani superiori ci sono libri d’epoca, macchine da scrivere, fogli ovunque, letti e cuscini, e dalle finestre si vede la Senna.

Anche se il posto non è lo stesso si respira un po’ di Hemingway, qui. L’atmosfera è la stessa di quella festa mobile che è Parigi quando sei giovane, l’eccitazione la stessa, l’odore dei libri, il rumore delle macchine da scrivere, le macchie di caffè sulla scrivania sotto la finestra – mi fa piacere pensare che quando lui era a Parigi, affacciandosi dalla finestra vedesse la Senna con la stessa angolatura che si vede da qui.

“In those days there was no money to buy books. Books you borrowed from the rental library of Shakespeare and Company, which was the library and bookstore of Sylvia Beach at 12 Rue de l’Odéon. On a cold windswept street, this was a lovely, warm, cheerful place with a big stove in winter, tables and shelves of books, new books in the window, and photographs on the wall of famous writers both dead and living. The photographs all looked like snapshots and even the dead writers looked as though they had really been alive.” (E. Hemingway, “A Moveable feast”, 1964)

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2 thoughts on “Per Parigi non ci sarà mai fine

  1. Ciao!
    Ricambio la tua visita!
    leggendo di Parigi non ho potuto fare a meno di rivivere emozioni molto simili a quelle che hai descritto tu…passeggiare per le stesse strade che hanno visto Joyce, Hem e Sylvia Beach, visitare i luoghi che hanno frequentato…tra un pò sarà ora di tornarci!
    A presto
    Laura

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