Poliglotti?

Mi sanguinano gli occhi.

Letteralmente.

Leggo i libri sui vampiri e i licantropi, e mi va bene perchè ultimamente me ne sono capitati due o tre proprio carini, uno di seguito all’altro. (Quelli carini però non parlavano di licantropi, nè di vampiri).

Ma poi, dopo aver passato la sera e occasionalmente buona parte della notte a leggere i libri sui licantropi e i vampiri, vado in ufficio. E cosa faccio? Leggo.

Correggo bozze, per la precisione.

Ora, lo so che dirlo così sembra che mi voglia vantare, ma non mi voglio vantare, giuro, e nemmeno fare la secchiona. Ma io amo l’italiano. E’ una lingua meravigliosa, precisa, poetica quando serve e dura come il marmo quando ci vuole. E’ una lingua stratificata, c’è dentro tutta la nostra storia, si porta dietro strascichi dei dialetti e delle lingue dei popoli stranieri che ci hanno governato in passato. Adoro le sfumature del parlato che rispecchiano la regione di provenienza e l’età. Più di tutto, mi affascina la grammatica, che mi faceva piangere di frustrazione al liceo e alle medie ma che adesso mi sembra di riconoscere come un vecchio amico. E’ confortante, la grammatica. E’ solida e affidabile. Più di tutto, è bellissima.

In trasparenza, dietro, ci vedo lo scheletro del latino, altra lingua che ho amato con passione. Dal latino non si scappa, è come il sudoku: c’è una sola soluzione possibile. Il latino è una lingua lucida, potente. Noi, nella nostra lingua italiana, abbiamo un po’ di quel potere, di quella lucidità e maestosità. Poi, abbiamo Dante, dentro la nostra lingua. Leopardi, e Manzoni, e Montale, e Pavese che mannaggia a lui si è pure ammazzato. L’immenso Calvino! Gianni Rodari, uno degli amici più fidati della mia infanzia. Non è solo un onore: è una responsabilità.

Io sono la prima ad avere un rapporto, diciamo, labile con la sintassi. A volte la piego alle mie necessità, le faccio dire cose che non dovrebbe. Di solito, lo faccio per cercare di rispecchiare il modo in cui parliamo. Ma l’italiano che si parla e l’italiano che si scrive non sono la stessa cosa. Specie in certi documenti ufficiali.

Per questo a dover correggere certe bozze, arrivo a casa la sera con gli occhi che mi sanguinano. Tanto che quando è ora di andare a dormire, penso (senza osare confessarlo a voce alta) che mi riterrei soddisfatta di non dover leggere niente, ma niente di niente, nemmeno le etichette, per i prossimi dieci anni. Mi escono proprio grosse gocce di sangue piene, per la maggior parte, di errori di ortografia. Ortografia! Quella che si impara alle elementari, prima che ti insegnino i verbi e le altre cose difficili. Prima impari a mettere le lettere in fila nel modo giusto. Cosa che sembra trascurabile, ma è importante se da grande finisci per fare l’insegnante, o il funzionario pubblico.

Per dire.

Così, adesso che abbiamo finalmente appurato che l’Unità d’Italia si può festeggiare, vi chiedo un regalo. A tutte le feste si fa un regalo. Il mio regalo è questo: prima di investire i soldi (che son pochi e saran sempre meno) in feste in maschera, cene, belle ragazze, aggeggi elettronici e gadget informatici, prima di imparare le lingue che se no dove vuoi andare, prima di tutto vi prego, vi prego: reimpariamo l’italiano. E’ il primo e il più nobile segno dell’Italia Unita. Mostriamo il dovuto rispetto.

“Guardò meglio nell’ampolla
dell’olio e inorridì;
gli avevano servito
un «oglio» con la « g »!

Offeso e disgustato
fuggì dalla trattoria:
sono un pessimo condimento
gli errori d’ortografia.”

(Gianni Rodari)

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2 thoughts on “Poliglotti?

  1. Io, nei miei pellegrinaggi in giro per il mondo, ho inventato un lavoro che, in qualche modo, “c’azzecca” con quello che hai scritto. Quando vai al ristorante all’estero, a volte trovi il menu in molte lingue, anche in italiano. In genere un italiano ridicolo. Un qualunque ragazzino delle medie potrebbe correggerlo. Ho sempre pensato: “ora gli dico: ti metto a posto il menu in italiano e tu mi offri la cena”. Ma non l’ho mai fatto. Penso che con quest’idea si potrebbe risparmiare sulla voce cibo di qualunque vacanza…

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