Il terzo tempo

Sabato ho assistito alla prima partita di rugby della mia vita.

Mi stupisce che il rugby stenti a prendere piede (scusate il gioco di parole) in Italia. Certo, ha una nicchia di appassionati (e folkloristici) sostenitori, ma non può competere con la massa esagerata che quasi ogni sera monopolizza le TV di tutta Italia per guardare il calcio.

E pensare che buoni motivi per ripudiare la palla tonda in favore di quella ovale ce ne sono, eccome.

Primo: l’atmosfera. Andando alla partita insieme a un gallese e una inglese, pensavo che non ci sarebbe stato permesso sedere vicini, nello stesso settore. Tanto più che il gallese, in particolare, non faceva mistero della propria appartenenza alla tifoseria della squadra avversaria. Per usare un eufemismo. E invece, prima sorpresa: ci si siede dove capita. Tutti vicini. Tutti mischiati, gallesi e italiani. E infiltrati, come un paio di australiani qualche fila più avanti, vagamente annebbiati dall’alcool. Tutti seduti vicini e tutti che attaccano bottone con tutti, anche quando l’arbitro dopo lunga e penosa attesa ha invalidato una meta dell’Italia: se fosse stata una partita di calcio, con i tifosi mischiati così, come minimo si sarebbero ammazzati. In maniera cruenta.

E invece no: il rugbysta, e il tifoso di rugby, queste cose non le fa. I gallesi, per esempio, cantano. Non i cori da stadio che sentiamo noi e che nel parlare comune sono diventati sinonimo di sguaiato e volgare, no: canzoni intere. Con le strofe e i ritornelli e tutto il resto. Che quando le canta uno stadio intero, anche se è piccolo come il Flaminio, fa la sua figura.

Secondo: il senso di appartenenza. Il poco che capisco io di rugby l’ho imparato per via di un amore non ricambiato. Per chi, a differenza di me, non ha avuto la fortuna di farsi spezzare il cuore da un aspirante rugbysta, su ogni sedile c’era un libretto illustrato che spiegava le regole e le strategie di gioco, per non lasciare fuori nessuno, nemmeno i neofiti. Soprattutto i neofiti, che più si è meglio è. C’erano bambini gallesi vestiti da draghi rossi, sugli spalti, e famiglie intere – mai viste tante donne allo stadio. Tutti partecipi, come a certe partite in oratorio quando i giocatori in campo sono i tuoi vicini di casa e i tuoi amici del cuore.

Terzo: quella meravigliosa invenzione che chiamano “terzo tempo“. Ovviamente la partita si svolge in due tempi: il terzo è quello in cui si va tutti insieme (tutti nel senso tutti) a bere. Copiosamente. Ora, pur non essendo una consumata bevitrice, devo riconoscere l’immenso potere aggregativo della birra. E prima di darmi dell’alcolizzata, pensateci bene e guardatevi dentro: quali sono i momenti tra amici che ricordate con più allegria? Quali gli aneddoti che si raccontano, anni e anni dopo, con la risata ancora lì pronta e la spensieratezza nel cuore?

Ecco.

Quarto, ma solo perchè mi vergognavo un po’ a metterlo per primo: per le signorine, questo è un ottimo motivo per appassionarsi al rugby. Il rugbysta, dicono negli spogliatoi, ha “qualcosa” che conquista.  Alla fine, ci lasciamo persuadere con poco.

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One thought on “Il terzo tempo

  1. Rugby is a beastly game played by gentlemen; soccer is a gentleman’s game played by beasts; football is a beastly game played by beasts.
    Henry Blaha, journalist and rugby player

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