Chi disprezza e chi compra

La prima vittima della crisi è l’autostima.

La mia, nel caso specifico.

Non ci avevo mai pensato in questi termini, ma a ben vedere l’effetto più devastante di questa cosa che va di moda chiamare crisi, dell’impossibilità di trovare un lavoro degno di questo nome, della continua smentita dei principi che ci venivano insegnati da piccoli (studiate e impegnatevi tanto per ottenere quello che volete – boiata di proporzioni pari solo alla famigerata “chi disprezza compra”. Mai detta bugia più grande: chi disprezza, disprezza. Se voleva comprare, ti garantisco che comprava) è il progressivo convincimento che, non riuscendo a ottenere un bel niente, forse non valiamo niente.

Se l’Italia è una repubblica fondata sul lavoro, e io non lavoro, non produco nulla, non restituisco nulla alla società, a che titolo pretendo di chiamarmi cittadino italiano? Chi sono, e a che cosa servo?

Se nessuna azienda, ente pubblico, organizzazione internazionale, ong, associazione del vattelapesca o università della terza età vede in me abbastanza potenziale da investire in me, da darmi spazio per imparare e crescere, da darmi la possibilità di lavorare, allora forse quel potenziale non c’è. Allora forse non ho imparato niente, all’università. Forse ho fatto scelte di vita che mi hanno fatto diventare inutile. Forse le cose che mi appassionano sono stupide. Forse, le cose che mi appassionano sono fuori dalla mia portata, e semplicemente io non sono all’altezza.

Oppure, forse avrò anche studiato tanto e saprò tante cose teoriche da mettere in fila una dietro l’altra in un bel libro o una bella tesi. Ma non ho niente di più. Sono solo una stagista come un’altra, oggi qui e domani forse a casa qualcun altro al mio posto, un nome senza faccia perfettamente intercambiabile con un altro. Non ho quella scintilla che mi distingue dalla massa e che fa dire al responsabile risorse umane “Scelgo te”. Non ho quella grinta che mi permette di ottenere quello che mi spetta, che mi aiuta a farmi valere e mantenere quello che ho ottenuto. Non ho quel qualcosa in più. Il mio impegno non basta mai: forse ho studiato tanto, ma non sono una “persona in gamba”.

Non so come uscire dall’impasse. Penso che però il diritto all’autostima dovrebbe essere inserito in qualche convenzione, tutelato da qualcuno. Strepitiamo tanto per difendere il diritto alla libertà di espressione, che ci piace da matti: ma che senso ha essere libera di esprimere, se penso che quello che ho da dire non interessi a nessuno? Se penso che quello che ho da dire non abbia nessun valore?

Vorrei avere il diritto a guardarmi allo specchio ed essere fiera di me, una volta tanto. Allora sfrutterei appieno il mio diritto alla libertà di espressione. Direi: Scegli me, io sono in gamba.

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5 thoughts on “Chi disprezza e chi compra

  1. Io credo che l’università serva solo come palestra di vita, quello che impari è un di più. Aver studiato tanto per esami molte volte inutili o, peggio, difficili e inutili DEVE aver allenato la concentrazione, la costanza, la tenacia, l’orgoglio e sicuramente anche l’autostima per essere riusciti a superare volta per volta un ostacolo.
    Per quello che vale detto da uno sconosciuto (che ha mollato a tempo indeterminato l’università), non ti abbattere, non mollare… a volte si arriva al risultato per strade che mai avremmo pensato.

  2. Capisco lo sconforto di non trovar lavoro. Ma penso che l’equazione non trovo lavoro=non valgo niente che fai qui non sia giusta. Penso che quello che non è giusto è questo mondo, come l’hanno fatto diventare ultimamente (da una ventina d’anni a dire il vero). Una persona vale quando, come fai tu, sa ragionare con la propria testa… sai quanti coglioni conosco, che pure hanno un lavoro.
    Sullo studiare, sul far le cose per bene, sull’impegno. Io penso di appartenere alla stessa tua categoria: quelli a cui piacciono i lavori ben fatti, quelli che pensano che per riuscire in una cosa qualsiasi serve innanzitutto l’impegno. Beh, devo darti una cattiva notizia: sei condannata a perdere, sempre. Perchè chi vince appartiene ad un’altra categoria: quelli che barano al gioco, di quelli che si fanno strada facendo lavorare gli altri. Però rassegnati: non c’è modo di cambiare. Anche a me hanno insegnato così, e così rimango.
    Comunque, se può servire, io penso che la lista delle persone che ti stimano sia abbastanza lunga. Per quello che vale il mio parere, penso di esserci anche io, nella lista.

  3. Sai come la penso sul primo Articolo, è concettualmente e democristianamente sbagliato!
    Ci sono sempre momenti nella vita in cui abbiamo la netta sensazione di aver preso la strada contro mano, anzi l’autostrada il giorno del grande esodo estivo….perché tutti gli automobilisti te li vedi che ti arrivano addosso non ne vedi nemmeno uno che corre nella tua stessa direzione. In questi momenti si hanno due scelte: Cercare di fare inversione a U, ben sapendo che mentre saremo impegnati a far manovra il TIR più grassuttello e preputente, ci prenderà in pieno addebitandoci pure le spese dell’incidente. Si perché anche se stavi andando nella giusta direzione, con i cartelli stradali che davano ragione a te, e tu vedendo gli altri tenti di fare inversione, a quel punto il coglione sei tu! Sei tu che ti sei accorto per ultimo che i cartelli erano messi male, sei tu che non ti sei allineato alla massa ed hai creato disagio. Altrimenti (è questa è in assoluto la soluzione migliore) si può premere forte sull’acceleratore, se siamo sicuri di aver preso la strada giusta, se escludiamo logicamente tutte le cose possibili, allora quelle impossibili devo essere necessariamente vere, cioè che tutto il resto del mondo che va contro mano, i coglioni sono loro! Non si può dare ragione ai coglioni, pure se sono più di noi, pure se sembrano schiacciarti, perché alla fine sempre coglioni resteranno. E allora metti il piede sull’acceleratore, punta il TIR più grande, o ti fa spazio oppure farete un incidente ma a quel punto avrai la ragione dalla tua, e soprattutto alla fine dell’ondata di traffico, si apriranno di fronte spiagge soleggiate, da dove capirai che il tuo posto nel mondo esisteva ti stava solo aspettando alla fine della giusta strada.

  4. Con questo cerco di rispondere a tutti e tre voi.
    Il momento di grande sconforto è stato causato in parte dalla mia collega di tirocinio che, a trentun anni e con un dottorato in diritto penale sulle spalle, si trova a dover accettare un tirocinio malamente retribuito pur di riuscire a pagare l’affitto a fine mese. Ora, forse io son già messa bene rispetto ai miei coetanei. Ma due domande, ti viene da fartele.
    Io posso dire, per conto mio, di essere sicuramente più fortunata: ho persone come voi che mi fanno commuovere e ritrovare la fiducia e il mondo ha subito un colore più bello.

  5. per quel che vale, se avessi una “azienda, ente pubblico, organizzazione internazionale, ong, associazione del vattelapesca o università della terza età” sceglierei te, perchè sei in gamba.

    Firmato un tuo coetaneo, non so se messo peggio o meglio di te
    Stefano C.

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