Bryan lo sapeva

Come eravamo belli quando ascoltavamo Bryan Adams, da piccoli.

Indossavamo vecchi jeans Levi’s – il mio primo paio di Levi’s l’avevo comprato in seconda media e indossato fino alla fine del liceo, rattoppandolo ogni volta che si rompeva: un po’ perché più erano rotti e più erano belli (ero nella mia fase grunge) e un po’ perché costavano cari e bisognava farli durare. Quando li ho buttati via, l’estate della maturità, di Levi’s originale era rimasta solo l’etichetta in vita, i bottoni davanti e una delle due tasche dietro, il resto era rattoppo.

Ascoltavamo Bryan Adams a scuola il pomeriggio, di nascosto dalla professoressa di musica, nell’aula di fianco al laboratorio di teatro dove il colore delle pareti era evaporato sotto generazioni di graffiti volgari come solo i ragazzini delle medie sanno essere, quando ogni parolaccia è una scoperta e ogni insulto una rivolta contro il sistema; quando ciò che ora indigna certi pennivendoli e va di moda chiamare bullismo non era altro che l’ordinaria amministrazione – caccia al primino e persecuzione del secchione – quando i cellulari non esistevano e le nostre botte non finivano su youtube, e nessun telegiornale ne parlava, la legge della giungla dei banchi di scuola.

Ascoltavamo Bryan Adams, io e le mie amiche, e di nascosto da tutti ci intrufolavamo nel laboratorio di teatro dopo scuola per esercitarci a suonarlo al pianoforte – io, almeno, perché dicevo di essere innamorata del ragazzo con i lunghi capelli biondi, i jeans strappati e la chitarra a spalle ma in realtà ero innamorata del ragazzo vestito ordinato, con la camicia e i capelli corti che suonava Bryan Adams al pianoforte – io, Lucy Van Pelt degli anni Novanta perennemente ignorata dal mio pianista del cuore.

Ascoltavamo Bryan Adams la sera perché la sera non uscivamo mai, se non quei dieci giorni d’estate quando c’era la festa patronale e si ballava il liscio in piazza e si mangiava la carne alla griglia bruciata che sapeva di fuliggine, più che di carne. Non uscivamo non perché i nostri genitori fossero severi (un po’ lo erano) ma perché proprio non c’era nessun posto dove andare, se non una volta al mese il cineauditorium parrocchiale dove si proiettavano film di qualche anno prima rigorosamente passati alle maglie strette della censura del parroco.

Ascoltavamo Bryan Adams e ci lamentavamo in continuazione di quanto il paese ci stesse stretto (“appena ho la patente me ne vado”), senza sapere quanto profondamente queste strade ci appartenessero – e noi a loro – perché intrise delle lacrime piante di nascosto per i ragazzi che ci piacevano e però non ci consideravano mai. Ascoltavamo Bryan Adams come sottofondo a telefonate fatte seduti per terra in cucina (noi non avevamo il cordless) e stando al telefono non più di cinque minuti di seguito e dandoci il cambio a chiamare per non superare il tempo dello scatto urbano, e finendo, di cinque minuti in cinque minuti, per restare al telefono pomeriggi interi. Ascoltavamo Bryan Adams illudendoci di avere il cuore spezzato – eravamo ingenui! Ma nella vita non ci era capitato ancora quasi niente e tutto era nuovo e tutto era assoluto e vissuto all’estremo, e saremmo rimasti amici per sempre.

Non vedo l’ora di andarmene da qui, dicevamo, e magari in quei momenti era vero perché ancora non sapevamo che casa era qui e per tanto che te ne vai un po’ di casa te la porti sempre dietro, addosso, come le lumache. E Bryan Adams, invece, lui lo sapeva già da allora.

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