Unità dei miei stivali

“Buonanotte all’Italia, che si fa o si  muore / o si passa la notte a volersela fare.”

Sarà che, al liceo, la mia temibile professoressa di storia era solita iniziare ogni interrogazione con la fatidica domanda: “Le tappe dell’Unità d’Italia”. Ogni maledetta interrogazione. E ovviamente, andando avanti con il programma, l’elenco si allungava.

Sarà che il mio primo lavoro, che poi era un lavoro da sogno e come ogni sogno troppo breve, si svolgeva proprio in Corso Unità d’Italia.

Sarà colpa di Manzoni, col suo Marzo 1821 e il suo Ticino che “non fia loco ove sorgan barriere/ tra l’Italia e l’Italia, mai più”.

Sarà che sono di Torino, e a noi Cavour e Garibaldi tendono a esserci simpatici.

Ma a me fa proprio male il cuore quando sento certa gente che dice che il 17 marzo sarebbe meglio lavorare. Non che io schifi il lavoro, anzi. Ne ho dato prova. E poi a lavorare nei giorni di festa sono abbastanza abituata. Ma è che l’Italia i suoi centocinquant’anni li compie una volta sola. E se continua questo andazzo è molto probabile che un altro anniversario non lo vedremo più. Non possiamo tenerci questo, e festeggiarlo come si conviene? Una volta ogni secolo e mezzo?

Per festeggiare il centenario avevano costruito il posto dove lavoravo una volta. Ora, non dico di ripetere l’impresa, ma davvero, un giorno? Volete dirmi che non potete festeggiare l’Italia al di fuori del calcio per un giorno solo, uno unino?

Non mi sono mai considerata nazionalista. Anzi, sono una convinta sostenitrice dell’Europa unita – di quella che si intendeva una volta, non di un ammasso burocratico buono più che altro a stampare etichette per le bistecche come quello che ci ritroviamo oggi. Ma una coscienza europea sì. Però mi domando questo: che cosa possiamo portare per arricchire la comunità internazionale di cui vogliamo disperatamente fare parte, se non ci ricordiamo chi siamo e che cosa abbiamo fatto prima di arrivare a questo punto? Voglio dire, non è stato tutto Rubygate e Terra dei Cachi. Non abbiamo avuto solo Mussolini, le stragi di mafia o Tangentopoli. Abbiamo avuto tante cose belle che vale la pena di festeggiare degnamente, al di là della pizza e del monumento di turno, o della squadra di calcio. Abbiamo avuto grandi uomini di Stato. Abbiamo avuto fini pensatori, e poeti. Abbiamo avuto musicisti. Abbiamo avuto giudici che ora celebriamo come eroi ma che ieri chiamavamo “sovversivi” – una parola che oggi sembra essere tornata di moda. Abbiamo avuto soprattutto tanta gente comune che si è fatta un mazzo così per rendere l’Italia migliore, ciascuno nel suo piccolo, e di cui nemmeno ci ricordiamo i nomi, o facciamo finta di non conoscerli in nome di qualche anacronistica etichetta ideologica.

Fino a qualche anno fa non si festeggiava nemmeno il 2 giugno, che è la festa civile più importante che ci sia. In assoluto. Io sono dovuta arrivare al liceo per scoprire che il 2 giugno era festa. Il Presidente della Repubblica inviava lettere ad ogni indirizzo per ricordare la Festa della Repubblica, e la lettera terminava dicendo: “Il tricolore sventoli su ogni casa”.

Se ci dimentichiamo tutto questo rifiutando di festeggiarlo come si merita, l’unico contributo che potremo dare al mondo sarà quello di vomitare addosso a una già sovraccarica comunità internazionale un po’ dello schifo e del vuoto morale che dimostriamo di avere dentro.

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